sabato 21 luglio 2018

Marco Travaglio intervistato da Paolo Mieli

«Faccio il giornalista perché sono un rompicoglioni. Giornali che rompono i coglioni, però, ce ne sono pochi. E io non mi sono mai sentito di sinistra, neanche prima, neanche quando mi scambiavano per uno di sinistra perché facevo le battaglie contro Berlusconi»: parola di Marco Travaglio. Paolo Mieli, grazie alla strategia del ragno, ha colpito ancora, in quel di Spoleto, durante il festival grazie all’organizzazione di Hdrà, intervistando il direttore del Fatto Quotidiano, presentato dal patron Mauro Luchetti come il direttore del Foglio, invece che del Fatto Quotidiano, provocando l’ilarità generale: la partenza è stata dedicata al karaoke, vera passione di Travaglio.


Questo il suo racconto: «Un grande mio amico mi portò un baracchino che proiettava sulla parete i testi delle canzoni, ci siamo divertiti molto quella sera e allora io geloso marcio di questo mio amico ho voluto comprare anche io un arnese per il karaoke insieme a un collega, Alessandro Ferrucci. Poi abbiamo cominciato a raccogliere le truppe per vederci ogni tanto, e poi è diventato un appuntamento settimanale fisso che si fa a casa di qualcuno, soprattutto di una nostra amica ristoratrice, Paola (Sturchio, ndr), del ristorante La Barchetta di Roma, a volte a casa sua, a volte anche a casa di altri, è ormai una tradizione di ogni settimana».
Mieli non sta più nella pelle: «Ma tu canticchiavi? Da dove ti viene questa passione?», con Travaglio disponibilissimo: «Sì, mi è sempre piaciuta la musica, mi è sempre piaciuto cantare, ho fatto due anni di pianoforte che adesso mi consente di fare qualche accordo». «Secondo me parleremo solo di questo», sibila Mieli, aggiungendo: «Ma tra i tuoi cantanti preferiti c’è Renato Zero, è possibile?», e Travaglio non si tira indietro dicendo che «Zero è quello che riesco a cantare meglio. La canzone che canto meglio è Baratto, però ce ne sono anche altre. Io in realtà da ragazzo vinsi una coppa di karaoke estivo in un villaggio turistico a Rodi Garganico per aver cantato una canzone molto seria, La donna cannone di Francesco De Gregori».
Mieli non molla la presa, evocando la canzone: «Ma è difficile, difficilissima. E siccome anche tuo figlio si occupa di musica, quindi è chiaro che c’è qualcosa. Ma canti sotto la doccia, mentre guidi, mentre altri guidano?», e Travaglio non nega nulla: «Sì, mio figlio fa il rapper quasi professionalmente. Sì, canto sotto la doccia e mentre guido, quando altri guidano chiedo il permesso».
Mieli apre il capitolo della Raffa nazionale. E Travaglio confessa: «Da bambino ero innamorato pazzo di Raffaella Carrà, perché oltre che bravissima era anche bellissima». Mieli, prontissimo: «Ma lo è ancora adesso». Travaglio è costretto a mettere rapidamente una pezza: «No, io dico quando ero piccolo è stata una delle prime donne di cui mi sono innamorato guardando la televisione, insieme a Nadia Comaneci, alle famose olimpiadi in cui esplose, e a Heather Parisi. Mi piaceva proprio, ogni tanto ci sentiamo: Boncompagni rivelò in televisione da Fabio Fazio che l’aveva sempre considerata una democristiana e invece l’aveva scoperta a leggere di nascosto il Fatto Quotidiano. Che la Carrà legga il Fatto Quotidiano per me è un onore, la adoro».
Contentissimo, Mieli allarga l’orizzonte: «Poi il secondo grande successo della vita di Travaglio è professionale, nel senso che è un grande giornalista, lo conoscete, ha messo su dieci anni fa un giornale in un’epoca in cui la crisi della carta stampata era iniziata e questo giornale ha incontrato i favori del pubblico, è andato in attivo, ha guadagnato e ha fatto guadagnare e adesso si quoterà in borsa. Credo che dopo la fondazione di Repubblica con Eugenio Scalfari sia un esempio riuscito di successo nella storia della stampa italiana di questo dopoguerra».
«C’era anche il Giornale di Montanelli», prova a contestare Travaglio. Mieli rintuzza subito l’uscita di Marco: «Si però il Giornale di Montanelli, che era diretto dal più grande giornalista italiano, senza dubbio, ha avuto bisogno continuamente di rifinanziarsi. Per noi che lavoriamo dietro le quinte queste cose contano.

La vera difficoltà è dopo il successo iniziale, l’ubriacatura della prima sera, tra l’altro tu l’hai conosciuta come giornalista della Voce: al quinto giorno sei sceso moltissimo e dopo due mesi si inizia a parlare di chiusura, bisogna andare a cercare aiuti economici da altri. Questo esempio del Fatto verrà ricordato: strano però che la gestazione sia passata per un lungo itinerario, e che non sia stato fagocitato immediatamente da Repubblica tutto questo percorso, tu a un certo punto hai anche rifiutato di entrare a Repubblica, come me lo spieghi?

Contro Berlusconi condividevate toni e aggressività in questa battaglia, ma come mai Repubblica non ha fatto quello che qualsiasi, o voi non avete accettato che fosse fatto, di diventare una parte di Repubblica, la punta di diamante di Repubblica, perché no? Non mi trattare male».
Travaglio premette: «Preciso che dopo aver lavorato da ragazzo al Giornale di Montanelli, poi averlo seguito alla Voce purtroppo per due anni soltanto, poi essere rimasto disoccupato per tre anni, fui assunto da Repubblica alla redazione di Torino, direttore Ezio Mauro, e lì mi tennero un po’ nascosto per tre anni finché al quarto mi stufai e me ne andai. Non posso dirmi di essermi trovato bene a Repubblica».
Mieli coglie l’attimo: «Secondo te perché? Tu nel frattempo cominciavi a collaborare all’Espresso. Perché venivi tenuto in un posto marginale?» Travaglio puntualizza: «All’Espresso mi trovavo benissimo con Claudio Rinaldi e Giampaolo Pansa. A Repubblica mi trovavo malissimo: penso dipendesse dal fatto che non ci siamo mai presi, non caratterialmente, nel senso che io non appartengo alla chiesa della sinistra e Repubblica è un po’ una chiesa e un po’ un partito, sentivano che non ero controllabile, che non ero disponibile.
Io non ho mai pensato fra l’altro che Berlusconi sia di destra, non c’entra niente, fa affari, una cosa diversa dalla destra e dalla sinistra. Io ce l’avevo con Berlusconi perché faceva delle cose che non condividevo. E invece a Repubblica ce l’avevano con Berlusconi perché non era di sinistra, perché era il principale avversario della sinistra e perché la batteva, la sinistra. Perché era una questione di principio. Questo fatto di essere pregiudizialmente schierati con una parte politica a me non è mai interessata.
Ricordo che le frizioni nascevano ogni volta che c’era qualche scandalo che coinvolgeva la sinistra, era molto difficile far passare articoli sugli scandali che riguardavano la sinistra, mentre era molto facile far passare quelli che riguardavano la destra. Dato che io facevo la cronaca giudiziaria non mi importava di destra e sinistra, per loro non tanto. Questo ha creato queste incompatibilità, poi io non sono uno che va a lamentarsi, io se non mi trovo bene in un posto me ne vado.
E quindi me ne sono andato. Fortuna ha voluto che quando me ne sono andato fosse nato un giornale stranissimo che si chiama l’Unità, che tutti direte ‘vabbé è il giornale della sinistra’, no, in quel momento era stato rieditato dopo il fallimento come giornale di partito da un gruppo di imprenditori capitanati dall’editore Alessandro Dalai di Baldini e Castoldi, il quale aveva nominato direttore e condirettore due persone che curiosamente non avevano mai votato Pci, e cioè Furio Colombo e Antonio Padellaro, e quindi mi chiamarono».


Mieli, al volo: «Tu li conoscevi già?»
E Travaglio risponde: «Io conoscevo Padellaro, io collaboravo con l’Espresso di Rinaldi, e Padellaro era uno dei suoi vice. E quindi Rinaldi che era un po’ il consigliere occulto dell’Unità di Padellaro e Colombo gli disse ‘perché non prendete Travaglio che non si trova bene a Repubblica’?
E quindi iniziai una rubrica che si chiamava Bananas, perché era il periodo di Berlusconi, insomma in omaggio all’ideale organizzatore dello stato libero di Bananas, che facevo tutti i giorni, e così sono andato avanti per qualche anno, fino a quando il partito che aveva inizialmente accolto molto felicemente la nascita del giornale che il partito aveva chiuso, rendendosi conto che quel giornale poteva essere molto importante e fare anche molta opinione (l’Unità di Padellaro e Colombo vendeva 50-60 mila copie, aveva una linea completamente diversa da quella della sinistra, la sinistra è sempre stata consociativa, almeno negli anni di Berlusconi, mentre quello era un giornale che veniva definito girotondino perché menava, menava a destra e menava a sinistra, e io poi in particolare).
Padellaro e Colombo credo si siano sentiti chiedere ogni volta da Fassino e dagli altri di licenziarmi, non lo fecero, fu fatto fuori Colombo, fu lasciato Padellaro e poi fu fatto fuori anche Padellaro, a quel punto ci siamo guardati in faccia con Antonio e abbiamo detto: «Vabbé, forse un po’ bravini lo siamo, forse un po’ di pubblico ce l’abbiamo, non abbiamo più un posto dove andare, quindi forse è il caso di provare a vedere se si riesce a fare un giornale libero, un giornale che non prenda ordini da nessuno e che non abbia editori.

E allora abbiamo incontrato due manager molto bravi, una molto giovane, che è Cinzia Monteverdi, che è l’attuale nostro amministratore delegato che ci sta portando in borsa, e l’altro manager, molto bravo anche lui Giorgio Poidomani, facendo dei calcoli ha stabilito che si poteva sopravvivere semplicemente con i soldi dei lettori in edicola e degli abbonati.
A quel punto nacque la domanda: come fare a sapere quan




ti sono i lettori e gli abbonati interessati, prima di fare il giornale? Perché comunque c’è un break even, un punto di pareggio, sotto il quale non si può andare se no non si parte neanche o si fallisce dopo una settimana. E allora ci venne d’idea di dire: se volete questo giornale e vi fidate di noi, sulla fiducia, fate un abbonamento. Se poi noi riusciremo a fondare questo giornale ci teniamo i soldi del vostro abbonamento, se non ci riusciamo ve li restituiremo.
Così 15 mila persone versarono il loro abbonamento sulla fiducia, senza mai avere visto il Fatto Quotidiano, perché la cosa accadeva nell’estate del 2009, e noi siamo usciti il 23 settembre, sicuri dello zoccolo duro dei 15 mila abbonati, in aggiunta alle 35-40-45 mila persone che ogni giorno lo comprano in edicola».

«Una cifra davvero enorme, con dei costi agili», dice Mieli, pensando a un pallottoliere. Quindi a Travaglio tocca parlare della Rai: «Qualcuno ha scritto che con il nuovo governo io sarei diventato il direttore del Tg1, ma se mi offrissero questo accetterei un contratto di 24 ore con licenza assoluta di licenziamento per tutti i raccomandati. Le nomine per legge spettano ai partiti: spero solo che siano persone competenti e che poi si faccia come alla Bbc, dove può capitare che il direttore si scontri con il premier, eliminando la legge Renzi, che ha peggiorato la legge Gasparri. Mi piace, però, l’idea di Milena Gabanelli come direttore del Tg1». Dopo Travaglio, a Mieli tocca intervistare la Carrà.
(fonte Infosannio da Italia Oggi)

venerdì 20 luglio 2018

Saviano vergognoso contro Salvini

Nuovo durissimo attacco di Roberto Saviano al ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Lo scrittore scrive su Facebook: “Assassini! Ministro della mala vita, sui morti in mare parla di ‘bugie e insulti’, ma con quale coraggio?
Confessi piuttosto: quanto piacere le dà la morte inflitta dalla guardia costiera libica, sua (mi fa ribrezzo dire ‘nostra’) alleata strategica? Lei che sottolinea continuamente di essere padre, ‘da papà quanta eccitazione prova a vedere morire bimbi innocenti in mare? Ministro della mala vita, l’odio che ha seminato la travolgerà. Come travolgerà gli imbelli a 5stelle, e tra di loro l’impresentabile Toninelli, sodale del ministro degli Interni in questa tetra esaltazione della morte degli ultimi della terra”.


“E noi tutti, che oggi ci vergogniamo di vivere questi tempi per la nostra impotenza – aggiunge -, abbiamo il dovere di ricordare i nomi di coloro i quali hanno legittimato questi assassini. Dobbiamo ricordare i nomi degli influencer cialtroni finanziati da Mosca, di quelli che all’occorrenza spacciano fake news ed elaborano teorie del complotto: i vostri nomi li conosciamo bene”.
“Dobbiamo ricordarci dei giornalisti che hanno preferito cavillare – dice ancora – per non prendere posizione, per calcolo o per mancanza di coraggio, e che magari tra qualche tempo diranno: ‘Non ero io, non intendevo dire quello’. Dobbiamo ricordare anche il nome di chi ha semplicemente preferito ignorare e odiare: non basta non essere nessuno o nascondersi dietro un nickname. La storia ti insegue. La storia non dimentica”.

giovedì 19 luglio 2018

Conte si dimostra persona seria


Nell’intervista rilasciata al Fatto Quotidiano, il premierGiuseppe Conte ha dimostrato serietà, equilibrio e chiarezza.

Ha fatto capire che è dalla parte dei cittadini, vuole fare il bene dell’Italia e che non esistono tante di quelle diatribe con i suoi ministri che i giornali vogliono a tutti i costi vedere e esagerano o si inventano.  
Ha riconosciuto che Salvini non è il mostro che la sinistra, i giornali e parecchi personaggi “famosi” vogliono vedere in lui e che i rapporti del premier sono buoni sia con lui che con Di Maio. Ha ribadito che l’Italia deve avere voce in Europa e che tante cose devono cambiare, soprattutto sull’immigrazione.
Dall’intervista si ha l’idea di un’ottima persona che ricopre con merito  il suo ruolo e che, anche se non “urla”, lavora per cercare di migliorare le cose in questo paese alla deriva dopo tanti anni di sfacelo da parte di altri governi, oltretutto non eletti.
Persona molto diversa da Matteo Renzi, che sparava parole infondate tutti i giorni, dà l’idea di un cambiamento e ispira fiducia. Farebbe bene a farsi sentire un po’ più spesso per zittire tutti quelli che lo vogliono un “fantasma” succube di Salvinie  e Di Maio e che vogliono a tutti i costi la fine di questo governo appena nato e che deve avere il tempo di operare.

(MS)

Il governo può trovare soldi nelle Coop che pagano poche tasse

Chiunque arrivi al governo cerca di realizzare le promesse elettorali e per farlo ha bisogno di risorse economiche, sempre poche in questa fase storica. Nella stessa condizione si trova anche il governo giallo-verde, Conte-Di Maio-Salvini.

Ma c’è un buco nero in cui si possono trovare miliardi, in un mondo protetto dalla politica: le cooperative o finte cooperative. Con la scusa di svolgere attività mutualistiche non pagano le tasse acquistando un ingiusto vantaggio sulle condizioni di lavoro rispetto alle altre aziende e quindi sul mercato.

Per parlare di rilancio dell’economia, di equità nel trattamento dei cittadini, tra chi paga le tasse, anche troppe e si suicida perché non ci riesce più, e chi non le paga “per legge”come le cooperative, occorre seriamente affrontare questo mondo in cui vi è un fiume di denaro in un mare di ingiustizie sociali.

Le cooperative italiane producono un fatturato dichiarato superiore ai 151 miliardi di euro annui. Controllano (parliamo delle coop rosse, i colossi della Grande distribuzione organizzata, il primo player italiano nella classifica mondiale dei supermercati) la seconda assicurazione italiana, Unipol. Il solo fatturato di 151 miliardi di euro è simile al Pil di interi Stati europei, più grande del Pil dell’Ungheria o di Slovenia, Croazia e Bulgaria messi insieme. In aggiunta le banche di credito cooperativo raccolgono da sole 160 miliardi di euro.

Un mondo in cui non si comprende dove inizi l’economia e dove finisca la politica. Viste le migliaia di porte girevoli di politici che diventano cooperatori o cooperatori che diventano politici nessuno ha mai voluto riformare questo sistema. Un mondo chiuso, coeso, garantito e che ha sempre potuto agire indisturbato. Le cooperative sono un insieme di contraddizioni che passano inosservate: pagano pochissime tasse o non ne pagano affatto, si controllano da sole, giocano in Borsa, raccolgono il denaro a vista anche se non potrebbero farlo (per legge è permesso solo alle banche), possono pagare i lavoratori cifre da fame o addirittura “farli pagare” per lavorare (per diventare socio della cooperativa ed avere il lavoro devi versare delle quote associative) ed è tutto in regola.
Sapete quante tasse pagava la cooperativa sociale, da 60 milioni di fatturato, dell’ex detenuto Salvatore Buzzi dell’inchiesta Mafia Capitale? Quello che diceva che con gli immigrati si guadagnava più che dalla droga. Zero.
E queste perché la sua coop non faceva impresa per “fare soldi” ma svolgeva un’attività mutualistica tra soci. Le coop, sulla carta, non svolgono attività speculative. A guardarle come sono oggi, i padri fondatori si rivolterebbero nella tomba, quelli che nell’800-‘900 le hanno create per dare un aiuto, un assistenza medica o attrezzi da lavoro a braccianti, fabbri o muratori che morivano di fame e fatica. Oggi vale la regola che se le attività o i ricavi o le vendite della cooperativa sono fatte prevalentemente da soci (per un monte superiore al 50% delle attività) le tasse si possono anche “volatilizzare”.

A fine anno non pagano le tasse sull’utile netto come tutti noi mortali. Da quel 100% di utile viene sottratto il 30 per cento, che finisce in una riserva indivisibile e diventa capitale dell’azienda, poi un altro 3% destinato a fondi mutualistici che la costellazione coop utilizza per investimenti. Le tasse da pagare però non saranno calcolate sull’intera cifra rimanente, cioè il 67%, ma su una percentuale ancora inferiore, a seconda del tipo di cooperativa: quelle di consumo (i grandi supermercati) pagano le tasse solo sul 65% dell’utile netto, le coop di lavoro (edili, di costruzione, di servizi) solo sul 40% dell’utile, quelle agricole solo sul 20% e le coop sociali, tipo quella di Buzzi, pagano zero. Le stesse coop sociali che si sono tuffate a pesce nel business dell’immigrazione, passando da fatturati di poche migliaia di euro a milioni (per la tassazione vedi anche la tabella che il sito fiscoetasse.com ha dedicato all’argomento).
(fonte affaritaliani) 
 

mercoledì 18 luglio 2018

Travaglio al governo: non mandate via Boeri

"I Governi intelligenti le voci critiche e autorevoli come quella di Boeri dovrebbero attirarle e incoraggiarle, non respingerle. Evitare accuratamente di circondarsi di yesman, e fra un signorsì e un signorno". Il consiglio di Marco Travaglio all'esecutivo è di tenersi stretto il presidente dell'Inps, Tito Boeri, finito nella bufera governativa per la cosidetta "manina" che avrebbe introdotto nella relazione tecnica al decreto dignità la stima di perdita 8 mila occupati all'anno fino al 2028.

Una previsione che nonostante abbia "lo stesso valore scientifico di un oroscopo", si legge nell'editoriale pubblicato oggi sul Fatto Quotidiano, non deve comunque distogliere l'attenzione dall'indipendenza dimostrata a più riprese da Boeri, anche nei confronti dell'ex premier Matteo Renzi, che "lo rende immune da qualunque sospetto di collusione con i partiti".

Per questo motivo, continua Travaglio, "sarebbe una gran cosa se Conte e Di Maio lo confermassero a presidente dell'Inps".

Ma la conferma di Boeri non è l'unico auspicio messo nero su bianco dal direttore del Fatto, che confessa anche di "sperare vivamente che Claudia Mazzola, se ha i requisiti di competenza, entri nel nuovo Cda Rai". Una speranza motivata da Travaglio con il fatto che la stessa Mazzola sia stata inserita dai 5 Stelle nella cinquina di aspiranti candidati messi ai voti sulla piattaforma Rousseau nonostante gli attacchi ricevuti quattro anni fa dall'attuale capo della comunicazione pentastellato Rocco Casalino, che l'aveva accusata, con espressioni piuttosto colorite, di "disinformazione". Un precedente che, in caso di nomina, segnerebbe "il primo caso di lottizzazione all'incontrario: cioè di un partito che premia nel servizio pubblico un suo avversario, o presunto tale".
(fonte Huffington Post)

T.Merlo: le opposizioni hanno fatto una brutta fine

Fallito il boicottaggio preventivo, Pd e Forza Italia persistono nello starnazzare contro il Movimento 5 Stelle impegnato a governare. La loro è una opposizione isterica e sguaiata. Urla e sputi ad ogni sospiro. Una caciara politicamente sterile. Quello che Pd e Forza Italia sembrano non capire è che il Movimento 5 Stelle ha stravinto le elezioni ed è al potere non perché li ha insultati quando governavano loro. Ma perché ha proposto un valido progetto politico alternativo.
Un progetto fatto di idee nuove, di valori, di uomini, di pratiche che i cittadini hanno capito e poi premiato votandolo in massa. Quando il Movimento era all’opposizione, l’ha fatta seriamente e anche duramente. Sono volati anche insulti – tutti sacrosanti e meritati peraltro – ma dietro c’era sostanza politica.


Solo con gli insulti e senza una proposta politica seria, il Movimento sarebbe ancora seduto tra i banchi dell’opposizione a gridare con qualche cartello in mano. Ma forse, sotto sotto, Pd e Forza Italia si rendono conto che strillare a vanvera come casalinghe depresse non serve a nulla, si rendono conto che dovrebbero piuttosto lavorare per rinnovarsi dalle fondamenta e partorire una nuova proposta politica, il problema è che non sanno da che parte iniziare, non ne sono capaci.
I reduci dello tsunami del 4 marzo, sono i dirigenti forzapiddini piazzati dai vecchi boss nei collegi migliori, sono la crème de la crème del vecchio regime, sono i responsabili principali del fallimento politico di Pd e Forza Italia. E sono quindi tutti impregnati fino al collo delle vecchie logiche padronali, dei paraocchi ideologici e burocratici, delle correnti e delle servitù e di tutte quelle depravazioni partitocratiche che li contraddistinguono.

Tali politicanti potranno al massimo cambiare qualche simbolo o slogan o il nome di qualche cartello elettorale. Ma la loro sostanza politica rimarrà sempre la stessa. Per loro la politica è quella, non ne conoscono un’altra, non ne concepiscono un’altra.
 come successo a decine di partitini e di boss scomparsi nel passato, invece che rinnovarsi, sono destinati a continuare a spaccarsi in mille pezzetti e bande che litigano sul nulla, fino a scomparire. Del resto, se fossero stati in grado di cambiare, lo avrebbero già fatto da tempo.


Se avessero avuto idee valide alternative, le avrebbero già concretizzate da tempo. Sono anni ormai che il consenso di Pd e Forza Italia è in picchiata e che accumulano sconfitte, sono anni ormai che i loro boss sono politicamente bruciati, sono anni che il paese va da una parte e loro dall’altra, eppure Pd e Forza Italia non hanno mai cambiato nemmeno di una virgola. Solo trucco e parrucco. Affondando nel nulla. Oggi i reduci forzapiddini starnazzano furiosi dai banchi delle opposizioni. Ma le loro urla e i loro sputi non sono in realtà contro il Movimento 5 Stelle, sono contro quel cambiamento che loro sono stati incapaci di comprendere e di incarnare. Quel cambiamento che li sta sommergendo condannandoli ad una penosa fine.

martedì 17 luglio 2018

Lavoro, se non c'è anche il Decreto Dignità serve a poco


Di Maio ha voluto il Decreto Dignità per diminuire il lavoro precario. Ben venga qualcosa che limita la possibilità di sfruttamento delle aziende, ma purtroppo, se il lavoro non c’è, queste manovre servono a poco.

Come sono serviti a ben poco i costosi incentivi voluti da Renzi per assumerne a tempo indeterminato. Al lato pratico le aziende, se non hanno la sicurezza del lavoro nel tempo, invece di rinnovare il contratto ai precari, ne prenderanno di nuovi.

Oppure si rivolgeranno ad aziende interinali per fare esattamente lo stesso “giochino”. E chi usava i voucher, piuttosto che “legarsi” a contratti, prenderà personale “in nero”, magari extracomunitario a cui ben poco interessa versare contributi e che si adatta a paghe misere.

E’ giustissimo che il governo cerchi di ridurre lo sfruttamento, ma qualsiasi strada sceglierà si scontrerà con la realtà della mancanza di lavoro per le aziende serie e con chi trova sempre e comunque manodopera a basso costo perchè non si fa nessun scrupolo.
L’unica strada per far crescere l’occupazione è cercare di far prosperare il paese perché ritrovi il bisogno di lavoro, mettere in risalto le nostre eccellenze e le nostre risorse (soprattutto culturali e paesaggistiche di cui siamo ricchi), ridurre la burocrazia, non penalizzare le aziende serie ma controllare e punire le “furbe”. Non esistono scorciatoie per creare lavoro, solo ritrovare la produttività ridurrà il precariato.
(MS)