martedì 23 ottobre 2018

Renzi in "vendita" a Cannes

Di solito, le societá audiovisive italiane organizzano conferenze stampa ai mercati Tv internazionali come il MIPCOM invitando esclusivamente la stampa italiana (nonostante possano farlo benissimo in Italia), invece di concentrarsi sulla stampa estera per facilitare le vendite internazionali. Questo perché solamente i resoconti stampa italiani finiscono nelle rassegne stampa in Italia, facendo cosí sembrare che queste societá facciano un buon lavoro. Per noi della stampa estera, questa procedura é considerata una farsa, pertanto questi inviti vengono evitati come l’olio bollente. Non é stato c
osí per la presentazione di Renzi, svoltasi tutta in inglese in una piccola sala del palais del festival all’apertura della fiera, lunedí 15 ottobre (la fiera si é conclusa giovedí 18 ottobre).
C’erano presenti i produttori del documentario, Lucio Presta e Niccoló Presta della casa produttrice romana Arcobaleno Tre, la moglie di Renzi, Agnese Landini, e lo sceneggiatore della serie di quattro episodi di 90 minuti ciascuno, Sergio Rubino (con Renzi nella foto). Verso la fine della presentazione ha fatto una breve comparsa anche l’imprenditore Flavio Briatore che si é intrattenuto a parlare con Lucio Presta fuori dalla sala. Prima che la conversazione degenerasse nella solita discussione politica con alcuni giornalisti italiani, Renzi ha presentato il programma, é poi seguito un video promozionale di 30 minuti e quindi una sessione di domande e risposte.

 
La prima considerazione da fare e che, per il mercato estero, i sottotitoli in inglese visti nel “promo” non saranno sufficienti, servirebbe infatti una narrazione in inglese, che Renzi dice di non essere all’altezza di fare. Una soluzione potrebbe essere quella dell’uso di “voice over”, ma nel documentario Renzi é presente in quasi ogni scena, il programma quindi verrebbe ridotto di molto se fosse tagliato. Poi, per il mercato estero, il documentario dovrebbe essere ridotto ad otto episodi di 60 minuti ciascuno.
Il titolo “Florence in my view” (“Firenze secondo me”) é un pó ingannevole in quanto la serie presenta eventi storici (sia moderni, come l’attacco mafioso del 1993, che di epoche fa), ma Renzi ha sottolineato che la selezione degli eventi é sua e quindi il programma rappresenta una visione personale. Un titolo piú adeguato avrebbe potuto essere “The Soul of Florence” (“L’anima di Firenze”), piú adatto a descrivere la natura dei fiorentini ed il loro contributo alla societá.


L’unica domanda di stampo politico che gli ho rivolto, seppur sempre in tema di televisione, é stata perché, una volta nominato il capacissimo Antonio Campo Dall’Orto come AD Rai, lo ha poi licenziato (gli ho anche detto che era stata una delle poche cose buone che aveva fatto da Primo Ministro). La risposta é stata che Campo Dall’Orto é stato rimosso dopo che Renzi era giá andato via. In ultima analisi, la visita di Renzi alla fiera é stata unica nel suo genere e molto professionale a livello industriale, anche se, tra le varie testate internazionali, il giorno seguente il solo resoconto é stato pubblicato sul mio VideoAge Daily.

Il M5S al Circo Massimo con Grillo

“Ci aspetta un cammino ancora lungo, gli oppositori se ne facciano una ragione”, dice il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dal palco della kermesse M5s al Circo Massimo.
“C’e’ un cammino lungo” da percorrere “tutti gli altri se ne facciano una ragione”, ha detto dunque il presidente del Consiglio. Conte ha difeso il contratto di governo “dove sono scritte le cose in modo “trasparente” e che non e’ mai stato fatto in Italia, diretto all’interesse “dei cittadini italiani”.

 

Governo: Conte, mi sono tagliato stipendio e ridotto scorta

“Io stesso insediato a palazzo Chigi mi sono decurtato del 20% lo stipendio”, e “senza che nessuno me lo chiedesse mi sono ridotto la scorta”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dopo aver ricordato al Circo massimo, nella kermesse M5s, il taglio dei vitalizi.

Governo: Conte, avanti fino al 2023 per cambiare Paese

“Scrivetelo 2023”. Lo ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a proposito della prospettiva di Governo per realizzare il programma. “Ho preso un impegno dal primo giorno, di essere il garante del contratto di governo e vi do’ la mia parola che faremo di tutto, e sono convinto che ci riusciremo: questo paese lo cambieremo”, ha aggiunto dal palco del Circo Massimo.

Ue: Di Maio, saremo ago bilancia prossimo Europarlamento

“Il 2019 sara’” un anno del cambiamento anche perche’ “in Europa diventeremo protagonisti e ago della bilancia del nuovo Parlamento europeo”. Lo ha detto il vicepremier Luigi di Maio dal palco della kermesse 5 stelle al Circo Massimo. “Noi non siamo di destra, ne’ di sinistra” quindi “dobbiamo dar vita a qualcosa di nuovo”, ha aggiunto.

 

Ue: Di Maio, presenteremo manifesto del cambiamento politico

“Ridaremo umanita’ e cuore a delle Istituzioni europee che hanno bisogno di un cambiamento”. Lo ha detto Luigi Di Maio, ribadendo che fra “gennaio e febbraio” i 5 stelle presenteranno un manifesto per il cambiamento politico europeo.
 

M5s: Di Maio, Grillo e Casaleggio mi hanno insegnato a non mollare

“Nel 209 istituiremo il referendum propositivo senza quorum”. Lo ha detto il vicepresidente del consiglio e capo politico M5s, Luigi Di Maio, dal palco della kermesse del Circo Massimo. “A me hanno insegnato tanto due persone, una e’ Beppe Grillo, l’altra e’ Gianroberto Casaleggio” che “mi ha insegnato a non mollare mai”, ha aggiunto, presentando “il padre di tutti noi”, Grillo che ora e’ sul palco.

M5s: Grillo sul palco con una ‘manina’ di plastica

Una mano in plastica. E’ quella che sfoggia Beppe Grillo sul palco del Circo Massimo. Nei giorni scorsi il tema della ‘manina’ era stato evocato sul dl fiscale varato dal Governo dalla quale e’ stato tolto l’articolo che riguardava la possibilita’ di sanare beni posseduti all’estero. Per Grillo, dalla piazza, scatta subito l’applauso.

M5s: Grillo, ma ora la satira a chi la devo fare?

“La mia funzione e’ totalmente rovesciata: la satira a chi la devo fare? Questo Conte era un c… di professorino che faceva l’esegesi di diritto romano e ora parla di cambiare il mondo”. Comincia cosi’ Beppe Grillo sul palco M5s. “Non pensavo mai che Luigi in pubblico dicesse sono contento dell’outlook stabile.. alla faccia del….”. aggiunge poi alla kermesse M5s. “Siamo al Governo e vanno d’accordo con Salvini. Non c’e’ niente di strano. Io l’ho conosciuto una volta sola, quando non era ancora quello che e’ diventato”, racconta, e “avvicinandosi mi ha chiesto se mi poteva passare al telefono la mamma per salutarla”, continua Grillo e scherza con una battuta: “ma non poteva prendere la pillola quella sera?”. “Salvini pero’ dice una cosa e la mantiene e questo in politica e’ un miracolo”, chiosa Grillo.
 

Grillo: serve riforma poteri capo dello Stato 

Secondo Beppe Grillo bisognerebbe “togliere i poteri al capo dello Stato, dovremmo riformarlo”. Il comico lo dice dal palco 5 stelle al Circo Massimo aggiungendo: “Un capo dello Stato che nomina 5 senatori a vita, presiede il Csm, e’ a capo delle forze armate, non e’ piu’ in sintonia col nostro modo di pensare”.

Tap: Grillo, politica deve mantenere visione

“La politica ha il dovere di non abbandonare una visione. Oggi hai una tecnologia immensa, esponenziale e la politica ha il dovere di scegliere”. Lo ha detto Beppe Grillo dal palco M5s. “Vogliamo il gas che passa sotto quei c… di ulivi della Puglia o non li vogliamo? Se sprechi energie io ti tasso e finanzio quelli che fanno innovazione”, ha detto ancora.

Manovra: Grillo, agenzie rating? Non ho piu’ paura di nessuno



“Io non ho piu’ paura di nessuno”. Lo ha detto Beppe Grillo in un passaggio del suo intervento dal palco M5s, a proposito delle agenzie di rating.
(fonte affaritaliani) 
 

lunedì 22 ottobre 2018

Travaglio: Tiziano Renzi vince la cuasa contro il Fatto Q.

Quando un Tribunale ti dà torto e sai di avere ragione, impugni la sentenza e speri che i giudici di secondo grado in appello te la riconoscano.
Così ci siamo sempre comportati, senza fare tante storie. Ora però la
Perchè abbiamo bisogno di voi. Fermo restando che, se l’esecutività del verdetto non sarà sospeso, pagheremo il dovuto e ci appelleremo per farci restituire i soldi fino all’ultimo centesimo e la nostra onorabilità. Che comunque non può essere messa alla berlina da manigoldi che si fanno scudo dell’impunità parlamentare e che, se le bugie fossero reato, sarebbero all’ergastolo.
sentenza del Tribunale civile di Firenze che dà torto al Fatto (cioè al sottoscritto e a una brava collega), imponendoci di versare lo spropositato risarcimento di 95 mila euro a Tiziano Renzi e creando un precedente che mette a rischio la sopravvivenza del nostro giornale, ci costringe a rivolgerci subito a voi lettori.


Cari lettori, sapete bene di essere l’unica nostra fonte di sostentamento e il nostro unico scudo contro le aggressioni dei potenti: non incassiamo soldi dallo Stato, abbiamo pochissima pubblicità, non siamo sponsorizzati da società o concessionarie pubbliche né da aziende private. Viviamo delle copie vendute in edicola e degli abbonamenti, due voci che sono addirittura aumentate negli ultimi mesi, in controtendenza con il mercato sempre più in crisi della carta stampata.
E finora questo bastava e avanzava a garantirci di lavorare sereni, forti del vostro sostegno e dei nostri bilanci attivi. Ma purtroppo, in Italia, fare un buon giornale, libero e indipendente, che incontri il favore dei lettori, non basta più. Il bombardamento delle cause civili e delle querele penali “a strascico” sta diventando insostenibile, perché rende il nostro mestiere più pericoloso di quello degli stuntman o dei kamikaze. Anche perché oggi – come dice Davigo – buona parte della magistratura è stata “genuflessa” dal potere politico come nei suoi anni più bui, dai 50 agli 80, fino a Tangentopoli e a Mafiopoli.

Non siamo qui a gridare al complotto né a piagnucolare per la persecuzione giudiziaria. Anzi, se avessimo scritto qualcosa di falso e/o diffamatorio, come può sempre capitare in un quotidiano, avremmo già rettificato da un pezzo, senz’attendere che Renzi sr ci facesse causa. Ma non è questo il caso. Il signore in questione ci aveva intentato una causa da 300mila euro per sei articoli usciti fra il 2015 e il 2016: il giudice gli ha dato torto per quattro articoli e ragione per un titolo (a un articolo ritenuto corretto) e due parole contenute in due miei commenti (per il resto ritenuti corretti).


Un articolo del Fatto
E ha stabilito che il titolo e le mie due parole valgono 30 mila euro ciascuno, più 5 mila di riparazione pecuniaria. Il titolo da 30 mila euro è “Banca Etruria, papà Renzi e Rosi. La coop degli affari adesso è nel mirino dei pm”. Riguarda le indagini (vere) sulla coop Castelnuovese, che ovviamente faceva affari, era stata appena perquisita e faceva capo all’ex presidente di Etruria Lorenzo Rosi, in affari con Luigi Dagostino, a sua volta in affari con papà Renzi (che non era indagato, e infatti il titolo si guardava bene dall’affermarlo).

Tutto vero, eppure ci tocca pagare 30 mila euro. Le mie due paroline da 30 mila euro ciascuna sono “bancarotta” e “affarucci”. In quel momento Tiziano Renzi era indagato a Genova per la bancarotta di una sua società poi fallita, la Chil Post. Che la società fosse fallita non era in discussione (il crac è del 2013), mentre si trattava di stabilire se Renzi padre avesse commesso il reato di bancarotta (in seguito avrebbe ottenuto l’archiviazione, che naturalmente non riportò in vita la società fallita, anche perché altri coimputati sono a processo per quella bancarotta). Il crac c’era, la condanna di Renzi sr per bancarotta no: e infatti non ho mai scritto che avesse commesso quel reato, ma semplicemente che era coinvolto nella bancarotta di una società di cui era stato proprietario (e dove aveva assunto Matteo). Si potrà dire che il termine era “atecnico”, come si conviene a un articolo di pura satira (il titolo era “I babboccioni”, per dire il tono), non a una sentenza o a una cronaca giudiziaria. Invece il giudice ci vede una diffamazione da 30 mila euro.
L’altra costosissima parola proibita è “affarucci”. Anche qui tutto vero, e pure preciso: come avevamo scritto spesso nelle pagine di cronaca, insieme a gran parte della stampa italiana, il massone Valeriano Mureddu e babbo Tiziano sono vicini di casa a Rignano sull’Arno e il primo acquistò un terreno dal secondo. Un affaruccio, appunto.


Che c’è di diffamatorio? Che – scrive la giudice – “in nessuna parte dell’articolo sia spiegato quali sarebbero tali ‘affarucci’”. Cioè: i due hanno concluso un affaruccio, raccontato più volte sul Fatto e dimostrato per tabulas alla giudice. Ma è diffamazione lo stesso, perché lei avrebbe scritto l’articolo diversamente da come l’ho scritto io: altri 30 mila euro. Totale: 90+5 e un bacio sopra. Per un titolo e due articoli che non contengono fatti falsi e che riscriverei uguali altre cento volte.
E sapete il perché di quella cifra spropositata? Per “la posizione sociale del soggetto diffamato (padre del Presidente del Consiglio, politico e imprenditore)”. Perbacco. Così la regola aurea che vuole i potenti più esposti alle critiche viene ribaltata: più conti e meno puoi essere criticato. Una specie di immunità contagiosa per via parentale.
E ci è andata pure bene. La giudice spiega di averci fatto lo sconto perché siamo il Fatto, e non il Corriere della Sera che vende il sestuplo di noi: sennò ci avrebbe appioppato 600 mila euro, lira più lira meno (con tanti auguri ai colleghi di via Solferino). La sentenza fa il paio con quella del Tribunale penale di Roma che ci ha condannati a pagare la cifra astronomica di 150 mila euro (per fortuna non ancora esecutiva) ai giudici di Palermo che avevano assolto Mori per la mancata cattura di Provenzano. Avevo osato scrivere che erano andati fuori tema, invadendo il campo dei processi Trattativa e Borsellino-ter e negando il patto Stato-mafia e l’accelerazione della strage di via D’Amelio. Condannato. Poi le sentenze dei due processi han demolito quella su Mori, giungendo alle stesse mie conclusioni di 3 anni prima.


Ora, a botte di sentenze come queste, un piccolo giornale libero come il Fatto non può reggere: ancora un paio di mazzate come queste e si chiude. Perché non c’è alcun’arma di difesa. Possiamo prestare tutte le attenzioni del mondo a non scrivere cose false o inesatte. Ma se poi veniamo condannati per aver scritto cose vere o per aver esercitato il nostro sacrosanto diritto di critica, allora dovremmo preoccuparci anche di non disturbare certi manovratori, specie se hanno appena agguantato la vicepresidenza del Csm e fanno il bello e il cattivo tempo nella città del tribunale che ci giudica.

E allora delle due l’una. O la classe politica mette finalmente mano a una seria riforma della diffamazione a mezzo stampa, dando valore alle rettifiche e alle smentite, imponendo cauzioni contro le liti temerarie, levando la competenza ai tribunali dove risiedono i denuncianti e soprattutto distinguendo i fatti falsi e gli insulti (che, senza rettifiche e scuse date con evidenza, vanno sanzionati) dalle opinioni critiche e dalle battute satiriche (che devono essere sempre legittime). Oppure noi smettiamo di scrivere cose vere e di criticare chi lo merita. Ma in questo caso verrebbe meno la ragione stessa del nostro mestiere, almeno per come lo intendiamo noi: quella che nove anni fa ci ha spinti a rischiare i nostri soldi e carriere per fondare un giornale libero, critico e veritiero.

Di certo, visto che i soldi non ce li regala nessuno né li troviamo sotto le mattonelle, non possiamo scrivere ogni giorno con la spada di Damocle di risarcimenti pesantissimi sul capo, l’ufficiale giudiziario dietro la porta, la quotidiana busta verde nella buca delle lettere e l’avvocato tascabile che ci controlla le virgole.
Certo, potremmo evitare tutto questo facendo come tanti altri: usando la lingua al posto della tastiera. O facendoci scrivere gli articoli da qualche giudice, per dire che chi fa fallire le sue società è un grande imprenditore un po’ sfortunato e chi compra terreni con un socio lo fa a sua insaputa.
Ma non ne siamo proprio capaci.
Piuttosto, preferiamo cambiare mestiere.
(fonte Il Fatto Q.)

Via le monete da 1 e 2 centesimi

Difficilmente ci mancheranno, almeno alla maggior parte degli italiani. Le monetine da 1 e 2 centesimi di euro che ingombrano le nostre tasche e i nostri salvadanai usciranno di produzione a partire dall’anno prossimo.
Il 1 gennaio 2019, infatti, la Zecca dello Stato non conierà più i tagli minori, anche se ovviamente continueranno a circolare (almeno fino al loro esaurimento) e manterranno integro il loro valore legale. Una decisione dovuta a una pluralità di fattori: l’eccessivo costo di produzione, gestione e distribuzione. Lo ha stabilito la conversione dell’emendamento legato alla Legge Finanziaria dello scorso anno ossia la 96/2017. Formalmente è solo una sospensione e in attesa che qualcuno le rimpianga e sblocchi il congelamento della produzione, è lecito “godersi” qualche risparmio, in ragione dello stop produttivo.

 
COSTI E RISPARMI
Quanto? Secondo quanto rende noto il Poligrafico e Zecca dello Stato, abbiamo speso circa 10 milioni di euro l’anno (iva esclusa) per coniare circa 350 milioni di monetine da 1 e 2 centesimi; nello specifico 230 milioni di pezzi da 1 e 170 da due centesimi. Nel 2016 erano stati rispettivamente 236 milioni ei 129 milioni, mentre l’anno precedente al Ministero dell’Economia era stati consegnati 144 milioni e 134 milioni.
Tanto? Poco? Per avere un ordine di grandezza si può considerare il costo produttivo per le altre monetine: per i 12 milioni di monetine da 50 centesimi, da 1 e 2 euro lo Stato spende in tutto circa 2 milioni di euro (iva esclusa) ogni anno. Se ne producono 3 milioni di pezzi da 50 centesimi, 5 milioni da un euro e 10 milioni da 2.
IL CALCOLO DEI CONSUMATORI
E ora viene il bello: la norma infatti prescrive di arrotondare i prezzi al multiplo di 5 centesimi più vicino, per eccesso o per difetto. Peanuts, come si dice in questi casi, ossia noccioline. Che tutte insieme possono però fare massa, come ricorderà chi ha vissuto il passaggio dalla lira all’euro.
 
Certo, qui le proporzioni dell’operazione sono meno rilevanti, ma ugualmente si levano gli allarmi per i consumatori. Secondo Vincenzo Donvito, presidente dell’Aduc, associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori, proprio dall’arrotondamento per eccesso nel commercio al dettaglio provengono i maggiori rischi: «Se nel 2016, le famiglie italiane hanno speso quasi 11 miliardi e mezzo di euro per la spesa alimentare complessiva – dice Donvito -, partendo da un aumento medio dei prezzi dello 0,2% causato da un arrotondamento per eccesso (passando da 10,58 euro a 10,6 euro), si scopre che quella stessa spesa potrebbe aumentare di circa 23 milioni all’anno. Vale a dire il risparmio ottenuto dallo Stato non coniando i ramini. Vale allora la pena non produrre più queste monete?»
LA SOLUZIONE DIGITALE
La soluzione è, o quanto meno sarebbe, a portata di mano: l’utilizzo della moneta elettronica consente al consumatore di pagare in modo preciso,oltre che tracciato e trasparente, dribblando c0sì il rischio di arrotondamenti scorretti. Ma, si sa, le resistenze di alcune fette della popolazione italiana all’innovazione finanziaria e digitale sono rilevanti: secondo un’indagine della Bce l’86% delle transazioni avvengono in contanti in Italia (l’80% nel resto dell’Eurozona), che cala al 54% in termini di valore. Una resistenza che rischia di rappresentare un ostacolo rilevante per un salto di qualità anche in termini di trasparenza e protezione del risparmiatore.
(fonte ilsole24ore) 

Lo show di Renzi alla Leopolda

«Non vedevo l’ora». Osannato dal suo popolo, che ha gremito la stazione Leopolda più di ogni altra edizione, Matteo Renzi, nella seconda giornata della tre giorni arrivata al nono anno, fa lo show. Letteralmente. Nel senso che dopo una mattina impegnata dai tradizionali tavoli tematici, dopo la pausa dedicata alla messa in onda sui maxi-schermi della finale di pallavolo femminile (ma l’Italia perde), sale sul palco.
E fa il presentatore. Un misto tra Fabio Fazio e David Letterman. Seduto a una scrivania, alle spalle la macchina del tempo di Ritorno al Futuro, slogan di questa edizione, chiama gli ospiti. E li intervista. Il primo è il professor Roberto Burioni, famoso per la battaglia a favore dei vaccini. Renzi rivela un aneddoto che lo riguarda: «Gli chiesi una sera in auto di candidarsi. Credevo fosse una proposta a cui non poteva dire no, invece mi ha detto no». Poi la giornalista Federica Angeli, minacciata dalla mafia di Ostia, lo scienziato Roberto Cingolani.

 
Ma, come in ogni buon talk, c’ è un ospite d’ onore. Ed è Paolo Bonolis. Il celebre showman sale sul palco e gli regala un poncho degli Intillimani. «Almeno hai qualcosa di sinistra». Esorcizza con una battuta la scelta di essere qui: «La domanda è: che ci faccio qui?». Poi: «All’ inizio ero un po’ in difficoltà, sai la mia è la generazione della Ubalda, quando mi hanno detto Leopolda, pensavo fosse una cosa simile Poi mia moglie che è più giovane mi ha spiegato».
Renzi replica dicendo che, per la sua generazione, Bonolis resterà quello di Bim Bum Bam, programma televisivo per bambini che condusse all’ inizio della carriera. Battute su Uan, il pupazzo rosa che affiancava lo showman. Si parla di Salvini e Di Maio, che «mi sembrano Totò e Peppino, vanno forte perché hanno mantenuto la famosa logica delle coppie comiche, il tormentone. Loro hanno il tormentone dei migranti, ogni volta che intraprendono un discorso loro chiudono con i migranti e giù applausi». Renzi ride, ci prende gusto. «Mi sento Marzullo».
IL CONGRESSO
Il talk continua con Rula Jebreal, ma tutti, in platea, sono in attesa di un altro ospite. Politico questa volta. Finalmente arriva: Marco Minniti. L’ex ministro dell’ Interno dribla i giornalisti, entra da dietro, si siede in prima fila, tesissimo.

 
Tutti vogliono sapere se sarà lui il candidato del popolo della Leopolda, il cavallo su cui punta Renzi. L’ex ministro del Viminale, facendo no con la testa alle decine di cronisti che non lo mollano, fa capire più volte che non vuole parlare. Si alza, cerca faticosamente di guadagnare il retropalco. E di fronte all’insistenza dell’ ex Iena Enrico Lucci, risponde che «al momento no», non si candida. Scioglierà la riserva ai primi di novembre.
Nei larghi corridoi della stazione, è uno di due argomenti di discussione: sarà Minniti l’uomo del popolo della Leopolda? Accetterà di correre? I supporter dell’ ex segretario sono divisi: posto che tutti firmerebbero qui e ora perché Renzi si candidasse, l’ex ministro del Viminale sembra la soluzione più accettabile. Non entusiasma, ma non dispiace.
Anche se, in realtà, qui il congresso del Pd interessa fino a un certo punto. L’altro argomento di discussione, nei gruppetti fuori e di fianco la grande sala, è un altro evergreen di tutte le edizioni della Leopolda: bisognerebbe fare il partito di Renzi. Forse è tardi, dice qualcuno. Forse andava fatto prima. Ma certo è che questo Pd sta stretto, sempre di più. «È un marchio irrecuperabile», dicono in via anonima in tanti. «La gente scappa, se dici Pd».
 
LE PRIMARIE
Renzi frena. Però un passo in questa direzione lo fa. Lancia i «comitati di azione civile», invitando ciascuno a crearne uno. Piccole cellule di militanza rigorosamente non targate Pd. Come spiega il renziano Andrea Marcucci, capogruppo al Senato, «servono per allargare la platea, l’ambito di discussione e di ragionamento, per parlare a tutta l’ Italia».
L’idea, ha spiegato Ivan Scalfarotto, è che ciascun comitato organizzi «la resistenza civile» inventandosi «campagne di attacco/difesa» su 7 grandi temi: tra cui giustizia, verità, Europa, crescita. È già pronto il sito dove iscriversi: http://www.comitatiritornoalfuturo.it. Se funziona, potrebbero essere l’ embrione di un nuovo partito. Intanto possono essere il modo per reclutare truppe fuori dal partito in vista del congresso. Anche perché la partita si gioca nelle primarie, dove possono votare anche i non iscritti.
(fonte Libero) 

Sallusti spera nella fine del governo (?!)

Luigi Di Maio ha vinto, Matteo Salvini ha perso. Via il condono, torna il «condonino». Sul tavolo del consiglio dei Ministri convocato d’ urgenza ieri, Salvini ha trovato l’ ultimatum dei Cinquestelle: o si fa come diciamo noi o salta il governo. Salvini ne ha preso atto e ha abbassato arie e pretese, altro che «cosa fatta capo ha» come aveva dichiarato nei giorni scorsi.
La guerra delle palle tra i due vicepremier, seguita al rocambolesco consiglio dei Ministri di giovedì, finisce con la ritirata della Lega, prova che questo è un governo a trazione Cinquestelle, cioè un governo illiberale e pericoloso, come dimostra il declassamento dell’ Italia da parte dell’ agenzia di rating Moody’ s, anticamera del fallimento.


La buona notizia di ieri è che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, tra Lega e Cinquestelle qualcosa si è rotto per sempre. Salvini ingoia il rospo, ma non è uomo da non restituire la pariglia alla prima occasione. La luna di miele tra i due è definitivamente finita, da qui in avanti sarà una continua guerra sotterranea.
Perché Salvini ha subìto l’ onta più grave per un uomo, cioè essere tradito non dalla moglie (il centrodestra) ma dall’ amante (i Cinquestelle). La quale amante lo tiene in pugno, permettendogli di fare ciò che più gli piace e meglio gli riesce: il poliziotto duro con gli immigrati, attaccare Macron per gli sconfinamenti dei suoi gendarmi. Ma siamo convinti che al popolo del centrodestra serva un leader, non uno sceriffo, uno che difenda i suoi soldi e le sue libertà economiche più e oltre a un giustiziere della notte a caccia di disperati.
 
Se Salvini non lo capisce rischia di legare il suo nome a un disastro economico come un Monti qualsiasi, sia pure per motivi opposti. Morire di spese allegre e antieuropeismo non è infatti più lieve che morire di austerity e filoeuropeismo, bulimia e anoressia sono due facce della stessa medaglia. Vedere ieri sera Di Maio sul palco della sua festa romana proclamare che dopo «tre ore di lotta con Salvini ha vinto l’onestà» è una cosa, oltre che falsa, inaccettabile. Se Salvini non sa o non può tutelarci, meglio che lasci perdere finché è in tempo.
(fonte Infosannio dal Giornale)

domenica 21 ottobre 2018

Renzi, salma alla Leopolda

La Leopolda numero nove? Una prova tecnica di riesumazione della salma celebrata da una coppia scoppiata parecchi anni fa: Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan, ex premier ed ex ministro dell’ Economia che ieri sera si sono dati convegno nella stazione simbolo del principato renziano quando era al culmine della sua potenza e fighetteria.
I due, che pure non si sono mai piaciuti, hanno presentato assieme un palinsesto per salvare l’ Italia, nientemeno, rappresentandolo come un «servizio civile» per la nazione intera: una contromanovra da opporre al zoppicante testo ufficiale rappattumato da Giovanni Tria e Giuseppe Conte e già bocciato dall’ Unione europea.

«Ove venisse accolta la nostra proposta – dice Renzi – avremmo un dimezzamento dello spread e un calo delle tasse». Scravattati e seri, i due leopoldiani hanno fantasticato su piccoli sforamenti plausibili (2,1 di deficit nominale nel 2019; 1,8 nel 2020; 1,5 nel 2021) e robuste sforbiciate sulle tasse alle imprese; vagheggiando poi il ripristino delle loro vecchie promesse in materia d’ infrastrutture e manutenzione. Eccolo, dunque, il piatto forte del fine settimana renziano: un’ operazione nostalgia travestita d’ idealità a basso costo, perché vuoi mettere la comodità di sognare la cosa giusta standosene all’ opposizione?
IL VENTO VERDE
Mal sopportando la sopraggiunta impresentabilità, Renzi fa il Renzi a casa propria e sbruffoneggia come sempre, gioca d’ astuzia fiutando il refolo nuovo e verdeggiante che spira dalla Germania, dove i Grünen hanno appena sbancato le urne bavaresi. Il programma della Leopolda è infatti centrato su «ambiente, valori, innovazione, sostenibilità, tutte cose che la politica cancella» e Renzi si accinge appunto a riesumare.
È «la prova del nove», come sottotitola l’ ex segretario del Partito democratico, quasi a suggerire che questa sarà davvero l’ ultima spiaggia, la seduta spiritica conclusiva per verificare se la leadership democratica possa o meno reincarnarsi in qualcosa di somigliante al renzismo. Si chiuderà domani con un presumibile certificato di ritorno alle origini in vista della grande baruffa per il rinnovo della segreteria del Pd.

Ma formalmente Renzi respinge ogni lettura politicista della rassegna fiorentina, si disincaglia dal totocandidati, preferisce piuttosto salire di un’ ottava nel grido d’ allarme sull’ abisso cui staremmo andando incontro per colpa della democrazia illiberale costruita dai sovranisti Matteo Salvini e Luigi Di Maio.
«Quando ci saranno i candidati sceglieremo e voteremo bello un partito che ha una democrazia interna. Ma il Paese sta andando a sbattere, rischia la recessione, è questa la mia preoccupazione. Davvero uno pensa che il problema sia scegliere tra Minniti e Richetti? Ora preoccupiamoci dell’ Italia».
Punto di vista singolare, per un malato di protagonismo – pour cause – che non ha ancora sciolto il dubbio se dedicarsi ai documentari televisivi, alle conferenze di politologia o a una spettacolare manovra di reinserimento per procura alla guida della sinistra italiana.
Quel che ne resta.
Troppo debole per sfidare Nicola Zingaretti a cielo aperto, privo com’ è di sostegno da parte dei maggiorenti Paolo Gentiloni (zingarettiano timido) e Graziano Delrio (richettiano ben nascosto), Renzi tesse una tela eccentrica intorno all’ ipotesi Marco Minniti ma deve celarla come Penelope con i proci, pena la quasi certezza di ritrovarsela a brandelli per mano dello stesso Minniti, il quale tutto vorrebbe tranne apparire una prosecuzione del renzismo con altri e più composti mezzi.

LA FURIA DI CALENDA
Dunque ci si deve accontentare d’una riverniciatura tardogiovanilistica – con lo spazio dedicato agli under 30 che si chiamerà «Ritorno al futuro» – e del ricorso all’ ultima delle pelli indossate da Matteo dopo il lontano, vano e fugace tentativo di governare l’ Italia in deficit: il rigore dell’ europeismo senza frontiere, il macronismo di risulta e il perbenismo scientista propugnato da «coloro che credono nei vaccini» come l’ amico testimonial Roberto Burioni.
Un messaggio astratto e cosmopolita da consegnare allo strapaese cui invariabilmente inclina Renzi con i suoi non meglio precisati «comitati civici di resistenza» da mettere in rete (network, dice lui) per andare con il Pd oltre il Pd. Ma dove, poi?
In una zona di frontiera in cui ad attenderlo, ben piantato nella terra di nessuno, c’è quel Nessuno di nome Carlo Calenda con il lanciafiamme acceso: «Sono furibondo, ma vi sembra normale che Renzi presenta una contromanovra? Ma non l’ ha presentata Martina una settimana fa? Poi Renzi fonda i comitati civici della Leopolda… ma che vuol dire? Stai dentro il Pd o fai un’ altra cosa?». Dentro il nulla e fuori da tutto, ma alleati naturali dello spread.
(fonte Libero)