giovedì 23 maggio 2019

T.Merlo: Zingaretti fa finta di non vedere

Sono oltre mille gli arrestati del Pd degli ultimi anni. Un’associazione a delinquere più che un partito. Eppure Singaretti fa lo gnorri e il suo partito vota contro la legge sul voto di scambio politico-mafioso e flirta con Cirino Pomicino mentre imperversano gli scandali in Basilicata, Umbria, Calabria e Campania. Una strage. Il Pd è marcio fino al midollo.



È davvero un partito da buttar nel bidone dell’umido. Eppure Singaretti fa lo gnorri e alle europee ha candidato le solite facce come se nulla fosse. Una manica di trombati con nulla in comune tra loro se non la smania d’intascarsi cinque anni di mega stipendi in quel di Bruxelles. Già, i soldi. Vera ossessione del Pd che finito sul lastrico vuole che i cittadini rimettano mano al portafoglio. Una vergogna. Eppure Singaretti fa lo gnorri e farnetica d’altro.

Come se fosse atterrato da Marte invece che mangiare grazie al Pd da quando succhiava ancora il ciuccio. A devastare il Pd non sono state solo le sciagurate politiche che hanno tentato di superare la crisi massacrando i più deboli.


Non è stata solo la totale assenza di idee che ha esposto il partito a derive neoliberiste e fallimentari esperienze di governo inciuciste. A devastare il Pd non è stata solo una classe dirigente inetta che si è gonfiata le tasche e l’ego raggiugendo livelli di arroganza insopportabili. A devastare il Pd è stato anche il marciume morale che lo ha corroso da dentro. Anni ed anni di scandali per aver saccheggiato le istituzioni e ingannato i cittadini e il prossimo. Oltre mille arrestati negli ultimi anni. Un’associazione a delinquere più che un partito.



Eppure Singaretti fa lo gnorri e farnetica d’altro mentre gli scandali persistono in tutta Italia. Impossibile credere che Singaretti sia così ottuso da non capire la gravità della questione morale nel Pd. La sua è una scelta e pure obbligata. Se osasse introdurre nuovi standard d’igiene nel partito, se osasse fare pulizia, scatenerebbe un putiferio che metterebbe a rischio il suo sederino. Le bande che compongono il Pd oggi stanno fingendo di non odiarsi per riuscire a strappare qualche voto in più alle europee, ma se Singaretti osasse alzare la testa si rivolterebbero contro di lui.


Si sa come sono fatti. I dirigenti del Pd sono del tutto incapaci di ammettere i propri errori e rivendicano ogni pagina del loro passato, latrocinio incluso. Altro che vergognarsi. Il Pd ha sempre negato la questione morale nascondendosi dietro ad un peloso garantismo che ha finito per protegge orde di ladri e mafiosi che hanno infestano la cosa pubblica. Ma Singaretti fa lo gnorri anche per una ragione più intima. Il Pd è casa sua.
Singaretti ci ha speso una vita intera là dentro ed è come tutti gli altri dirigenti. Ha la stessa mentalità, la stessa sensibilità etica, la stessa concezione della politica. Una casa, quella del Pd, che ha garantito a Singaretti una lunga e ricca carriera ed oggi che ne è il capo altre poltrone potrebbero sorgere all’orizzonte. Meglio far finta nulla. Meglio farneticare d’altro perché se dovesse cominciare a fare le pulizie nel bidone dell’umido rischia di finirci dentro pure lui.

mercoledì 15 maggio 2019

Il governo discute e non fa i decreti attuativi

Mentre si assiste ai sempre più penosi battibecchi fra i due vice-premier per alzare o recuperare voti in vista delle europee, il governo si paralizza e non emette  i decreti attuativi necessari per rendere esecutive le riforme approvate con la legge di bilancio.

Mancano all’appello più dell’80% dei decreti che servirebbero, dall’organico del personale giudiziario all’anagrafe nazionale vaccini, dall’assunzione di ricercatori alla riduzione delle liste d’attesa sanitarie.

Insomma il governo si fa bello dell’approvazione di norme sicuramente giuste ma poi non fa il necessario per metterle in pratica rendendole di fatto inutili.
Questo dimostra una volta di più come la politica, tutta, pensi ben poco al paese e molto di più al proprio potere e al consenso elettorale. Peccato che senza i fatti quest’ultimo poi finisce.
(Pubblicato su Libero del 16 maggio 2019)
(MS)

martedì 14 maggio 2019

Nel'ultimo decennio potere d'acquisto troppo in calo

Nel decennio 2008-2017 gli italiani hanno perso l’8,7% del proprio reddito disponibile reale (o potere d’acquisto), un risultato negativo superato soltanto dalle economie di Cipro (-15,4%) e Grecia (-30,8%). È questo il principale risultato che emerge da una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat.  


Il potere d’acquisto, così come definito da Eurostat, rappresenta la quantità di beni e servizi che una persona può acquistare con un determinato reddito in un dato momento, neutralizzando gli effetti dell’inflazione. Soltanto in altri sei Paesi dell’Unione Europea su 28 i redditi reali sono tuttora inferiori a quelli del 2008: Portogallo (-0,8%), Irlanda (-1,1%), Belgio (-2,1%), Austria (-3,9%), Croazia (-4,4%) e Spagna (-5,8%).
In tutti gli altri Stati europei, invece, i livelli pre-crisi sono stati recuperati e addirittura oltrepassati. Il potere d’acquisto in Regno Unito e Francia, ad esempio, è salito nello stesso periodo di tempo rispettivamente del 2,7% e del 3,4% e in Germania dell’8,5%. In Paesi dell’Est Europa come Bulgaria e Romania la crescita è stata ancor più significativa, superando il 28%. Non si può inoltre trascurare la velocità di questo recupero: i redditi reali degli inglesi e dei francesi sono tornati ai livelli precedenti la crisi nel 2014, mentre quelli dei tedeschi già nel lontano 2010.
Secondo i dati Istat, dall’inizio della crisi a oggi le famiglie italiane hanno perso in valori assoluti ben 70 miliardi di euro del proprio reddito disponibile, con conseguente riduzione di consumi e risparmi. I consumi totali sono ancora di 15 miliardi inferiori a quelli del 2008 e la propensione al risparmio – ossia il rapporto tra il risparmio delle famiglie e il loro reddito disponibile – si è ridotta nel periodo di un terzo, passando dall’11,6% al 7,7%. 
"Le cause di una performance così negativa da parte dell’Italia sono molteplici. Tanto la carenza di investimenti pubblici quanto l’oppressione fiscale e legislativa deprimono gli sforzi delle aziende e frenano un vero rilancio della nostra economia", commenta l’imprenditore Massimo Blasoni, presidente del Centro Studi ImpresaLavoro.
"A farne le spese non sono soltanto quanti, soprattutto giovani, non riescono a entrare nel mondo del lavoro ma pure gli stessi occupati, molto spesso precari. Trovare il nostro Paese agli ultimi posti anche di questa classifica preoccupa, soprattutto perché fotografa l’avvenuto impoverimento degli italiani e spiega la difficile ripresa dei nostri consumi interni. Con questo ritmo di crescita medio, gli italiani recupereranno soltanto nel lontano 2026 quel potere d’acquisto che avevano prima della crisi economica".
(fonte agi)

Travaglio e Freccero, dialogo sulla Rai

Carlo Freccero e Marco Travaglio dialogano come il maestro e l’allievo davanti a un vecchio televisore analogico. Il maestro, Freccero, direttore di Rai 2, confida all’allievo Travaglio di aver fatto un sogno che è svanito nella Seconda Repubblica: c’è stato l’avvento della tv commerciale, quindi di Canale 5, in un mercato televisivo all’epoca lottizzato dai principali partiti politici.

Quel sogno non c’è più, siamo nell’era digitale, che ha frammentato il pubblico e l’offerta dei contenuti. Tutto questo è nel libro del direttore Freccero, “Fata e Strega” (Gruppo Abele Edizioni), presentato domenica 12 maggio al Salone del Libro di Torino. Una conversazione pungente con Filippo Losito, in cui l’autore racconta l’evoluzione della televisione e del rapporto tra comunicazione pubblica, cultura e società.
Un viaggio che parte dalla TV degli sceneggiati e del maestro Manzi per arrivare a quella dei format e dei reality. Dalla televisione pedagogica a quella dal forte impatto social, un percorso fra i media nazionali e quelli commerciali insieme a chi, nella televisione, ci lavora da decenni.

Da sogno a incubo. Da mago Berlusconi a strega
Quel sogno si è trasformato in incubo. “Berlusconi, patron delle reti commerciali, arriva come fosse un mago”, ricorda Freccero, che nei primi anni Ottanta è stato direttore dei palinsesti dei network Canale 5 e Italia 1. “Abbiamo creduto nella tv libera”. Al tempo, mentre Freccero portava la tv commerciale in Italia, lo studente Travaglio era un liceale e guardava Drive In con curiosità, perché i fenomeni di successo, insegna Freccero, vanno sempre analizzati, sono lo specchio della società.
“Seguivo Drive In – confida il giornalista direttore de Il Fatto Quotidiano – vedevo i dibattiti politici. Indro Montanelli era il mio idolo, ed era stato bandito dalla Rai. In quel momento, si aveva l’impressione che la tv commerciale portasse cambiamento rispetto a una tv pubblica paludata. La sinistra poi non hai mai capito niente, è sempre stata arretrata, snobbava Drive In come dopo snobberà il Grande Fratello. Invece la tv era lo specchio per capire l’Italia e la politica, era come avvisaglia e sintomo di quello che accadrà più tardi”.
L’impegno politico di Berlusconi spegnerà quel sogno, quel profumo di libertà. Travolgerà anche la tv pubblica e si arriverà così al famoso editto bulgaro del 2002, con la cacciata dalla Rai dei giornalisti Enzo Biagi, Michele Santoro e del satirico Daniele Luttazzi. Secondo Berlusconi facevano un “uso criminoso” del servizio pubblico.


“L’informazione è diventata propaganda”
“La Rai adesso imita Mediaset – denuncia Travaglio – si produce sempre meno, si spende poco e non si inventa più nulla. Si confonde la satira con Colorado o Zelig”. Ma ha senso oggi riportare Luttazzi in una Rai che forse non ha più il pubblico di Luttazzi? È quello che spera Freccero, che addirittura vorrebbe parlare della trattativa Stato-Mafia mettendo in onda il film di Sabina Guzzanti.
Resta un dato di fatto: “La tv generalista – osserva il direttore – non è più la stessa. Si trova ai margini del sistema mediatico. Il digitale ha frazionato il pubblico. C’è meno capitale culturale. L’informazione è diventata propaganda del pensiero unico, o infotainment (informazione e intrattenimento), vedi Bruno Vespa. Anche l’informazione è diventata reality, mentre la tv generalista ha perso il pubblico più informato”.
(fonte futura news)

Monti: questo governo ci porta alla 3° guerra mondiale (!)

C’è uno spettro che si aggira per l’Europa, ed è lo spettro di Mario Monti, il professore bocconiano oggi senatore a vita e già presidente del Consiglio italiano. Al momento si aggira per dibattiti, conferenze e apparizioni tv nazionali. Ma è possibile che lo faccia anche fuori dai confini. Rappresentando anche lì quel che sostiene qui: una catastrofe prossime ventura. Che ha un nome e un cognome chiari: Matteo Salvini. E due possibili scenari futuri: grazie a lui la terza guerra mondiale.

Oppure, se va di fortuna, la semplice emarginazione per non dire espulsione dell’Italia dai consessi internazionali, iniziando ovviamente da quello europeo. Questo Monti- Cassandra ossessionato dal leader della Lega ha sparso questo suo virale catastrofismo a piene mani l’altra sera nel cuore di Roma, a due passi dai palazzi della politica. Partecipava a un evento che poteva sembrare pure innocuo, come la presentazione dell’ultimo libro del giornalista David Parenzo, “I falsari.


Come l’Unione europea è diventata il nemico perfetto per la politica italiana” (Marsilio), insieme ad Emma Bonino e Giuliano Ferrara, tutti moderati dal vicedirettore di Repubblica, Sergio Rizzo alla libreria Feltrinelli nella Galleria Alberto Sordi. Un dibattito non privo di luoghi comuni (sulla Ue) e anche di qualche fake news (sui risparmiatori truffati) utilizzati per smontare quelli che si ritenevano luoghi comuni e fake news. In tutti gli interventi però faceva capolino sempre l’incubo comune, che è appunto Salvini, il “truce”, come lo ha ribattezzato Ferrara. Ma alla fine è stato Monti a reagire a quella cantilena che andava avanti da un paio di ore in cui tutti si dicevano le stesse cose per riconfermarsi e si lamentavano di dove va il mondo.

E il professore ha gettato sull’uditorio la sua bomba atomica. Sostenendo che per quanto possa essere lo scenario meno probabile, può accadere non solo che Salvini vinca le elezioni in Italia, ma che i Salvini- e cioè i sovranisti- le vincano pure in Europa. Allora, ha profetizzando l’ex premier, “effettivamente cambieranno le politiche europee e potrà aggregarsi l’unico obiettivo comune dei paesi sovranisti, che è ridurre di molto i poteri e il ruolo della Unione europea. Questo è lo scenario uno, che considero il più sfavorevole per tutti. Perché supponendo che vadano alla grande ci sarà prima questa riduzione del ruolo della Unione europea e poi quando questo ruolo sarà stato eliminato, distrutto e raso al suolo, tornerà la guerra in Europa”.

Nessuno ha battuto ciglio, tutti quindi convinti che potremmo essere alle porte del terzo conflitto mondiale. “Tutte le bandiere nazionali”, ha affondato il colpo Monti, “una volta che saranno state issate per guidare una crociata anti Bruxelles, anti Unione europea, che scopo avranno? Quello che hanno avuto in centinaia di anni e in millenni di storia: rivolgersi l’una contro l’altra. Questo in Europa è facilissimo, e gli odi che stanno rinascendo qui fra paesi sono effettivamente un humus molto favorevole. Questo scenario lo considero disastroso. Non va escluso dalle ipotesi, bisogna esserne consapevoli”.

La catastrofe però – questa è la versione ottimistica del professore- potrebbe non riguardare tutti, ma solo gli italiani, ed essere apparentemente meno sanguinolenta. “Se invece”, ha proseguito Monti, “sarà soprattutto in Italia che i sovranisti avranno quel successo alle europee, allora non ci sarà questo scenario gradualmente catastrofico in Europa. Però l’Italia sarà emarginata e depotenziata più di oggi. Perché in quel caso avremo molti deputati italiani a Strasburgo provenienti dalle fila di 5 stelle e Lega quindi sovranisti ma componenti di un sovranismo minoritario nel parlamento europeo.

Certamente non sarà sovranista né il presidente della commissione europea né quello della Bce. E quindi l’Italia che in questo anno non ha accumulato titoli di crediti o uno charme particolare scoprirà che urla, che grida e che cerca di picchiare i pugni, Ma che -come in certi sogni brutti immaginiamo di urlare- la voce non è uscita. Quindi c’è il rischio che l’Italia abbia una spirale di una ulteriore frustrazione nei confronti della Ue, che alimenterà ancora di più la nostra emarginazione”.
(fonte il tempo)

venerdì 10 maggio 2019

Senza i decreti attuativi mancanti non si fa nulla

Vuoi per la vicenda di Armando Siri, vuoi per l’avvicinarsi delle elezioni europee, vuoi per le continue scorribande di Matteo Salvini e della Lega che un giorno sì e l’altro pure si scagliano contro improbabili rivali (da Satana alle droghe leggere) pur di avere un rivale da additare che nasconda il dolce far nulla del Carroccio. Fatto sta che, a conti fatti, da inizio anno il Governo si è a tratti adagiato, con la conseguenza che la legge di Bilancio (e al seguito anche gli altri provvedimenti) non sono stati seguiti come si sarebbe dovuto.
Affinché la Manovra diventi concreta, infatti, occorre che i vari ministeri, a seconda delle competenze, adottino un totale di 155 decreti attuativi. Tanti ne prevede il testo di legge. Peccato però che, secondo l’ultimo monitoraggio dell’Ufficio per il programma di Governo (aggiornato al 30 aprile) ne risultano approvati solo 20. Appena il 12%. Un po’ pochini considerando che siamo a maggio e la legge, come si sa, è stata approvata a fine dicembre. Cinque mesi fa.

Ma c’è di più. Un accurato dossier del Centro studi della Camera, infatti, ha preso in esame i 67 provvedimenti – dei 155 complessivi – che per legge dovevano essere approvati entro il primo aprile 2019. Ebbene, “dei 67 provvedimenti governativi da adottare entro il termine del primo aprile 2019 (o entro date anteriori) ne risultano adottati 11 (pari al 16,4%)”. Un disastro, considerando che in questo caso la norma contenuta nella legge di Bilancio, essendo scaduti i termini per il decreto attuativo, è di fatto decaduta. Come se non fosse mai esistita.
IL LASCITO DEGLI EX. Ma non è finita qui. Perché se sulla Manovra i ritmi gialloverdi sono decisamente blandi, non va meglio con gli altri provvedimenti e le altre leggi approvate in questi mesi. In totale, infatti, sono ben 236 i decreti attuativi che ancora devono essere adottati in merito alle leggi approvate dall’Esecutivo targato Giuseppe Conte, contro i soli 48 approvati dall’insediamento. E così, ad esempio, i 29 decreti del decreto Crescita sono ancora tutti da adottare. Esattamente come i 17 previsti dal “decretone” di Reddito di cittadinanza e Quota 100. E anche in questo caso qualche norma è già “scaduta”.
Per dire: non risulta adottato (è scaduto il 29 aprile) il decreto che avrebbe istituito un sistema “di verifica della fruizione del Reddito di cittadinanza attraverso il monitoraggio degli importi spesi e prelevati sulla Carta Rdc”. Come detto: nulla di nulla. Vedremo a questo punto se sui controlli ci potrà essere qualche intervento in extremis, come promesso dai Cinque stelle, o meno. Tutto questo fardello, peraltro, è reso ancora più gravoso dal peso del lascito dei Governi precedenti.
E in questo caso – se si può – i numeri dell’Ufficio per il programma del Governo sono ancora più inquietanti. I “provvedimenti attuativi da adottare riferiti a leggi di iniziativa del Governo Gentiloni” sono 279; quelli riferiti invece a leggi di iniziativa del Governo Renzi sono 139; 12, infine, quelli che risalgono all’Esecutivo di Enrico Letta. In buona sostanza, dunque, anche a causa delle cattive politiche passate, sul groppone del Governo gialloverde pesano 666 decreti attuativi latitanti.
(fonte lanotiziagiornale)

La Corte dei Conti indaga sullo stipendio di Fazio

La Corte dei Conti indaga sul compenso di Fabio Fazio per la conduzione e produzione di ‘Che tempo che fa’.

Sull’esposto fatto dall’esponente del Pd Michele Anzaldi in relazione al possibile danno erariale dovuto al compenso, “c’è una istruttoria in corso a cura della Procura Regionale per il Lazio della Corte dei Conti – spiega all’Adnkronos l’ufficio stampa della Corte dei Conti -. Ed ora l’inchiesta è nelle mani del vice procuratore generale Massimiliano Minerva il quale ha già chiesto la documentazione in materia alla Rai”.
Quanto all’esito dell’istruttoria, dice ancora l’ufficio stampa della Corte dei Conti, “sarà noto solo quando ci sarà l’eventuale atto di citazione nei confronti di chi ha procurato l’eventuale danno erariale. In ogni caso l’azione di responsabilità si prescrive in 5 anni, il cui decorso può essere interrotto una sola volta”.
In sostanza ci sono altri tre anni per condurre in porto la vicenda visto che “l’istruttoria è stata aperta nel 2017”.