domenica 17 febbraio 2019

Di Maio in difficoltà (secondo il Corriere della Sera...)


«Luigi non sarà il capro espiatorio se alle Europee prenderemo meno di quello che ci danno i sondaggi. Nel 2014 eravamo accreditati del 28, e prendemmo il 21 per cento. A maggio non andrà molto diversamente. I nostri elettori le sentono poco, come le Regionali. Certo l’Abruzzo non ci voleva...». Traduzione di questa versione ufficiosa del M5S: il Movimento si prepara a gestire un insuccesso elettorale appena un anno dopo il grande successo delle Politiche del 4 marzo. E Luigi Di Maio, vicepremier e ministro per lo Sviluppo economico, cercherà di fare assorbire la sconfitta alle sue truppe senza esserne travolto. Il piano è chiaro. E dovrebbe essere perfezionato nei prossimi giorni affiancandogli una serie di «referenti tematici», nel M5S li chiamano così, chiamati a condividere onori ma soprattutto oneri della strategia del leader.


E la conquista dell’Inps diventa essenziale, perché dovrà gestire il reddito di cittadinanza. Il problema è che l’intera impalcatura degli ultimi due mesi deve essere cambiata in corsa. L’accusa del drappello dei «puri e duri» a Di Maio è di avere ceduto terreno e agenda alla Lega di Matteo Salvini; di essere stato poco «grillino» e «di piazza», fasciato nelle sue grisaglie ministeriali. La sensazione, tuttavia, è che il vicepremier si sia convinto di avere perso colpi per la ragione opposta: per eccesso di estremismo.
La necessità di inseguire Salvini su immigrazione e antieuropeismo; l’esigenza di iniziare, almeno, a erogare il discusso reddito di cittadinanza prima del voto europeo; la tensione sorda sull’Alta Velocità Torino-Lione con l’altro vicepremier; l’autorizzazione a procedere contro Salvini in Parlamento; e poi il risultato di una settimana fa in Abruzzo: tutto congiura per mettere Di Maio sul banco degli imputati. E, come sempre, il problema non sono gli attacchi di opposizioni tuttora sfrangiate.


Il problema è il Movimento. Da lì possono arrivare non tanto nuovi leader, ma una diserzione di fatto. Anche perché Alessandro Di Battista «non ha funzionato. E forse avrebbe fatto meglio a restare in Italia invece di andarsene all’estero per sei mesi», spiegano a Palazzo Chigi. La piega estremistica che ha impresso ai Cinque Stelle ha investito lo stesso Di Maio, portandolo fino all’incidente diplomatico con la Francia per l’incontro con i «gilet gialli». Perfino i rapporti col Quirinale sono diventati meno fluidi del passato. Ma sarebbe ingeneroso puntare il dito sul solo Di Battista.
Da mesi, Di Maio è in tensione per le rilevazioni che danno la Lega in crescita e il M5S in calo. I suoi lo descrivono abbattuto e inquieto. L’ombra di Salvini gli fa commettere errori. Per questo, prima di Natale, complice l’accordo in extremis raggiunto dal premier Giuseppe Conte con la Commissione europea sulla manovra economica, è cominciato un tentativo di virata. Gli uomini della Casaleggio Associati, vero motore immobile dei Cinque Stelle, hanno stabilito che «Luigi non ce la fa più. Salvini gli mangia in testa». La somma degli incarichi si è rivelata superiore alle sue forze e capacità.


E si è pensato a Conte come possibile anti-Salvini, per riequilibrare i rapporti. L’esperimento, però, è complicato. L’irruzione di Di Battista a fine anno ha oscurato il premier e restituito l’immagine di un grillismo estremista, incompatibile con un profilo di governo. E Di Maio, risucchiato fino ad allora dalle parole d’ordine salviniane, si è appiattito sull’antiamericanismo del suo «gemello». Ora l’obiettivo di accreditarsi di nuovo come moderato e «ministeriale», è tutto in salita. Anche perché in parallelo è obbligato a insistere sul no alla Tav e a fare accettare un reddito di cittadinanza che produce confusione e diffidenza.
L’ostilità delle nazioni europee non si cancellerà con un incontro con l’ambasciatore francese di ritorno a Roma. E il colloquio di ieri sera tra il vicepremier e l’ambasciatore Usa, Lewis Eisenberg, conferma la volontà di riaffermare i rapporti con l’Occidente; ma anche i dubbi americani sui rapporti ambigui tra M5S e Cina, e col Venezuela di Nicolàs Maduro. Chi lo conosce descrive un Di Maio più moderato di quanto appaia, anche sull’Unione europea. Ma lo scarto tra immagine pubblica e privata porta a chiedersi se le sue posizioni oscillanti nascano da forti convinzioni, o da una tendenza naturale a farsi influenzare dal quelle altrui e dai sondaggi. È contraddittorio perfino il rapporto col leader leghista.

Il portavoce grillino di Palazzo Chigi, Rocco Casalino, ha confidato spesso di essere quasi geloso della sintonia tra i due vicepremier. Le pacche plateali e i sorrisi che si scambiano in pubblico tendono a trasmettere un’immagine di armoniosa intesa; e a proiettare il governo oltre le colonne d’Ercole delle Europee, e oltre quelle strategiche delle elezioni per il Quirinale, nel 2022. Ma è una diarchia esposta a troppe variabili. E, chissà perché, rimane il sospetto che alla fine il capro espiatorio possa essere proprio «Luigi». Soprattutto se il 26 maggio i Cinque Stelle si accorgessero di avere perso un terzo dei voti rispetto a un anno fa.

Matteo Renzi vuole querelare Marco Travaglio

È di nuovo alta tensione tra Matteo Renzi e Marco Travaglio. 



A Firenze, durante la presentazione del suo nuovo libro ‘Un’altra strada – Idee per un’Italia di domani’, l’ex premier dem ha annunciato querela contro il direttore del Fatto Quotidiano, apparso durante una trasmissione di La 7 in collegamento dal suo studio con alle spalle un rotolo di carta igienica con la faccia di Renzi impressa sopra.

sabato 16 febbraio 2019

Veneziani: Conte NON è un burattino

Chi è burattino? Chi non ha autonomia di vita e di movimento ma viene mosso da altri che gli danno anche la voce. Giuseppe Conte è un professore, non proviene dai movimenti che lo hanno portato al governo, è il punto di mediazione fra tre figure diverse: Di Maio, Salvini e Mattarella. Tecnicamente e politicamente non può dunque essere un burattino, se i presunti burattinai tirano i fili in direzioni diverse.
Ha meno potere dei suoi vice, questo sì, ma lui è stato chiamato come un libero professionista a Palazzo Chigi, non ha alle spalle un movimento politico e un consenso. Se vogliamo, la vera contraddizione è questa, che il premier di una coalizione populista non viene dal popolo, non viene dal voto del sovrano, viene dall’élite dei professori d’università.


Descrivendolo, ho parlato di lui come di un nuovo Zelig, di una figura rotonda, perché deve piacere non solo ai tre di sopra ma vuol compiacere anche Juncker e la Merkel, Macron e Trump, e magari pure Putin, e risultare gradito a Maduro e Guaido allo stesso tempo. Aggiungo che cova in lui una forte ambizione, e del resto quando si presenta come colui che comanda davvero, conferma questa sua velleità, da ebbrezza di potere (libido dominandi). Del resto chi vuol compiacere, è sempre un po’ piacione.
Ma questo conferma che Giuseppe Conte non è un burattino. Ha un suo stile personale, un suo garbo istituzionale, un suo appeal democristiano – più la somiglianza col primo Berlusconi disceso in campo – che ancor di più lo differenziano dai suoi committenti.
Se invece vogliamo allargare l’accezione di burattino a colui che non dispone di autonoma legittimazione a governare, di autonomo prestigio ma è frutto di un accordo e di un’investitura altrui, allora dobbiamo dire che ha ragione Conte a definire burattini quegli euro-esponenti che rispondono a potentati non eletti, a gruppi di interesse, a lobbies, o ripetono a pappagallo l’ideologia global in circolazione e i suoi santuari irrinunciabili.

Se burattino è colui che non arriva per forza propria alla presidenza, sarebbe infinita la catena di presidenti per grazia ricevuta, dal Quirinale ai predecessori di Conte – lo stesso Gentiloni si presentò come la longa manus di Renzi, anche se poi dimostrò una sua personalità autonoma. Nessuno avrebbe mai scommesso su Mattarella al Quirinale e la sua nomina fu vista come una figura debole che facesse da spalla alla figura forte del Capetto fiorentino: eppure Mattarella non è certo un burattino. E come giudicare la nomina di Monti a Palazzo Chigi, che non veniva dalle urne, non era mai stato votato dagli italiani, piaceva solo agli assetti di potere? Non era veramente l’emanazione di quel potere degli eurocrati, non venne nominato come si nomina il presidente della banca centrale? Ma non fu definito burattino dei poteri forti.
E non solo: non basta essere eletti dal popolo per non essere burattini. Ci sono automi eletti nelle camere che non hanno alcuna forza e prestigio personali, stanno lì per volere di chi comanda. E votano a comando, sono un esempio di democrazia digitale, nel senso che del loro ruolo di parlamentare l’unica parte attiva è il dito che preme il pulsante quando si tratta di votare (a comando dei leader). Ma sono foche ammaestrate o rappresentanti del popolo?

Insomma, andateci piano coi burattini. Soprattutto se fate riferimento agli italiani. E per due ragioni. La prima è che il burattino più famoso da noi è Pinocchio che era disubbidiente e non rispondeva a nessun burattinaio: e che nacque di legno ma poi diventò di carne e ossa, con la testa sua. La seconda è addirittura storica: più di mille anni fa Liutprando notava che la forza degli italici era di avere sempre due padroni, mai uno solo, e barcamenandosi tra i due, avevamo margini di libertà e d’azione, e si rendevano importanti. Non a caso Conte deve dar conto a due, anzi a tre, datori di lavoro, non a uno solo.
Infine, una nota. Miserabili coloro che hanno dato ragione allo squallido denigratore di Conte, sia perché offendeva il nostro Presidente del consiglio e dunque offendeva l’Italia; sia perché in tal modo ricalcava il cliché offensivo degli italiani burattini, pulcinella e servitori. A sinistra non sanno trattenersi dal battere le mani a chiunque critichi l’Italia, gli italiani e i loro rappresentanti. E non capiscono che così si allontanano sempre di più dagli italiani stessi. Se fossero intelligenti e meno livorosi prenderebbero esempio da Maurizio Gasparri che con coerenza, coraggio e buon senso, ha difeso il carattere politico e statal-nazionale dell’azione di Salvini sulla Diciotti, negando l’autorizzazione a procedere. Mostrerebbero di non seguire vilmente la via giudiziaria e il discredito nazionale ma di sfidare il governo e Salvini sul terreno politico, fermo restando il rispetto dei ruoli e il prioritario amor patrio. Per la stessa ragione dovrebbero difendere il presidente del consiglio dal volgare attacco in parlamento europeo, salvo il giorno dopo opporsi al suo governo e criticarlo per le cose che fa o che non fa. Ma se solo arrivassero a questa apertura mentale, se solo riuscissero a imitare almeno il vituperato Gasparri…
(fonte La Verità)

Perna ritrae (perfettamente) Vauro

Ha litigato più o meno con tutti, Vauro Senesi, in arte Vauro, il vignettista che sproloquia di tette e c..li come un altro dice buongiorno e buonasera. Si proclama comunista, né pentito, né resipiscente, ma fiero e orgoglioso. Osanna il despota venezuelano, Nicolás Maduro, la Cuba castrista, la Corea del Nord. Più si cerca di farlo ragionare e più Vauro si sbraccia in difesa dei suoi mostriciattoli bocciati dalla storia. Cinque anni fa, con altri 100 mattoidi firmò un appello per recuperare falce e martello e ridargli l’onore del mondo. Insomma, un caposcarico.
GUINZAGLIO TIRATO
È facilissimo vederlo in tv perché ci passa ore urlando su un canale o l’ altro. Le sue vignette compaiono invece sul Fatto quotidiano da una dozzina d’ anni. Ne azzecca una su mille. L’ ultima che mi è piaciuta è di un biennio fa. Matteo Renzi era ormai nel pallone e il Pd gli faceva il vuoto attorno. Vauro riassunse il dramma disegnando il Fiorentino che spalanca la porta di casa e annuncia mogio alla moglie: «Agnese mi hanno abbandonato tutti Agnese, Agnesee! Agneseee?!».



Ora, col governo gialloblù, il direttore, Marco Travaglio, gli dà disco verde sui leghisti e frena sui pentastellati. Vauro, che ha un fondo anarchico, si scaglia con voluttà sul ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Lo aveva adocchiato da anni, dandogli a più riprese del «razzista, fascista, istigatore di odio».
Vauro, infatti, gli preferisce di gran lunga Kim Jong Un. Ora, che Salvini è al Viminale non gli perdona sgomberi e respingimenti in mare. Vauro è un appassionato immigrazionista. Da anni, è sodale del medico terzomondista Gino Strada e cura la comunicazione della sua Onlus, Emergency. Nelle vignette recenti, Salvini è raffigurato come un maiale. Non lo nomina ma se vedi un maiale, è lui. Il giornale lascia fare.
Quando invece ha azzardato una caricatura del grillino Danilo Toninelli, il sor Tentenna che guida il ministero delle Infrastrutture, Travaglio gliel’ha cassata. Vauro ha inghiottito la censura, limitandosi a denunciarla. Non ha però tirato la corda come è nel suo temperamento. Travaglio è infatti la sua ciambella di salvataggio, appartenendo alla sua stessa camarilla. Quindici anni fa, nacque un sodalizio oggi in dissoluzione tra Michele Santoro, Travaglio e Vauro.

Michele era il pivot per il suo enorme potere tv. Prese Vauro come ospite fisso ad Annozero (2006) poi a Servizio pubblico (2011) sulla Rai. Infine, su La7 con Announo (2014). Mille euro di compenso a puntata, quattro volte al mese. Un gruzzoletto. Nelle stesse trasmissioni, il dott. Travaglio pronunciava pistolotti sferzanti ispirati all’ Antonio di William Shakespeare. Vauro si serviva del clan per promuovere anche i propri libri. Ne ha scritti una quarantina, quasi tutti pubblicati da editori del circo travagliesco-santoriano. La maggiore parte stampati da Francesco Aliberti e Chiarelettere, due finanziatori del Fatto. Gli altri ce li ha sulla coscienza il Cav, che li ha editi tramite la sua Mondadori. Con l’annebbiamento di Santoro, questo mondo è scomparso.
DECLINO INESORABILE
Vauro è ormai uno zingaro. Va dove può in tv e offre le sue vignette qua e là, al Fatto, Left, fogli vari. Tanto più solo che lo ha pure lasciato, per miglior vita, don Andrea Gallo, il prete di strada genovese.
Avevano scritto alcuni libri a quattro mani ed erano spiriti affini. Entrambi comunisti, vicini ai picchiatori, teneri coi vizi proletari, sprezzanti delle virtù borghesi. Celebre il richiamo di don Gallo, mezzo toscano tra i denti e Borsalino sul capo, alle sue truppe di no global fronteggiate dalla polizia: «Non lasciatevi provocare da questi figli di puttana: se non ci aiutiamo tra noi, qui non ci aiuta una c..zo di nessuno».

Inutile fare l’elenco delle persone offese da Vauro, che hanno abbandonato trasmissioni tv per causa sua o lo hanno querelato. Ma poiché di quegli scontri è intessuta la sua vita, se ne taccio resta poco. Mi limito all’essenziale. Nel 2004, firmò un appello alla Francia per la liberazione del terrorista rosso, Cesare Battisti. Poi fece retromarcia, dicendo: «Non l’ ho firmato. Un amico appose la firma e io non la ritirai per rispetto dell’ amico». Perdendo così quello per sé stesso.
COME I NAZISTI
Sbeffeggiò la giornalista italoisraeliana Fiamma Nirenstein, disegnandola col naso adunco, il distintivo del fascio e la stella di Davide. Voleva così punirla per il suo passaggio a Silvio Berlusconi, dopo una lunga storia nella sinistra. Fu tacciato di antisemitismo e scoppiò una polemica. Renato Brunetta lo querelò per essere stato ritratto dentro un barattolo (allusione alle piccole dimensioni dell’ ex ministro del Cav) e con le sembianze di Dudù, il cane da grembo di Arcore.
In una lite tv, l’ex missino Francesco Storace, gli disse: «A me hanno sparato. Per fortuna i tuoi compagni non m’hanno ammazzato». Vauro replicò, spiritoso: «La prossima volta gli dirò di sparare meglio». A tutto questo, reagì Rita Pavone, twittando: «Vauro è un mostro di cattiveria, ma anche fisicamente. Quelli come lui basta si guardino allo specchio per sentirsi incazzati per quel che vedono».
LACRIME DI COCCODRILLO
Il mostro tuttavia ha un cuore o almeno lo aveva in quel luglio 1998. Trinariciuto com’ è, detestava Bettino Craxi. Un anno e mezzo prima che morisse (2000), andò però ad Hammamet a intervistarlo per Boxer, giornale satirico che aveva da poco fondato. Davanti a Craxi malato ed esule, si sciolse. «Mi sono commosso e ho pianto», raccontò.

Era una notizia: l’uomo che morde il cane. Munito di taccuino, andai da lui per chiedergli cosa gli molse il cuore. Vidi un simil legionario che parlava pistoiese, in camicia cachi e pantaloni pluritasche per armi, bombe eccetera. «Segga!», ingiunse. «Diamoci del tu», proposi. «Allora acculati!», disse per accettazione. «Fa caldo», feci banalmente. «Lo dici per rompere il ghiaccio?», mi rimbeccò sarcastico. «Perché uno come te è andato da Craxi?», chiesi.
«Ho una specie di amore per i perdenti», rispose. «Hai addirittura pianto». «Lui era seduto su un muretto e dietro c’era il tramonto. Il tramonto sul Mediterraneo, più il tramonto di Craxi Si fa presto a commuoversi», rispose. Da piccolo, a Pistoia, Vauro era un asino a scuola. Distratto e ribelle tanto che i prof lo sistemarono in corridoio in un banco tutto per sé.
Fu libero così di disegnare invece di studiare. Suo primo idolo fu il grande Jacovitti che Vauro, dall’ alto del suo magistero marxista, ha definito: «L’ultimo di destra intelligente e creativo». Nel 1969, a 14 anni, si iscrisse a Lotta continua. Poco più grande, partì per Milano cercando di entrare nel mondo della satira. Incontrò Pino Zac che divenne il suo maestro. Nel 1978 fondarono insieme la rivista Il Male, e insieme l’affossarono in quattro anni. Poi, Vauro entrò al Manifesto, disegnò per il Corsera e, insomma, divenne quello che è.

PROFONDO ROSSO
Da Lotta continua, passò al Pci. Frequentò le Frattocchie, la scuola di partito, e s’innamorò di Mirella, militante pura e dura. La sposò e nacque Fiaba, oggi sulla quarantina. Anni dopo, si risposò con la cilena Vianela in cui si imbatté sempre in ambiente rigorosamente comunista: Italia Radio, trasmittente proletaria della capitale. Ebbe un secondo figlio, a cui andò peggio che alla sorellastra. Lo chiamò, infatti, Rosso. Si ignora se glielo abbia perdonato.
(fonte La Verità)

venerdì 15 febbraio 2019

Il "capitano Ultimo" querela Renzi

Il colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio, noto come “capitano Ultimo” dai tempi in cui catturò Totò Riina nel 1993, reagisce alle frasi di Matteo Renzi nel libro Un’ altra strada, anticipate ieri dal Fatto.

Renzi suggerisce che sia successo qualcosa di strano nel passaggio di Ultimo e di 23 suoi carabinieri ai servizi segreti (Aise) nel 2015 e poi nella loro brusca cacciata nel 2017. Ultimo risultava il destinatario di informazioni trasmesse via email da un suo ex collaboratore, il capitano Scafarto che indagava sulla Consip e su vari personaggi del mondo renziano, incluso Tiziano Renzi.


Ultimo oggi risponde: “Leggo che Matteo Renzi nel libro paventa ancora fantomatici complotti e azioni eversive contro di lui da parte del Capitano Ultimo e di pochi carabinieri che lavoravano all’ Aise. Di Renzi non me ne sono occupato prima e non me ne occupo ora. Non ho mai attribuito ad altri le cause dei miei fallimenti personali e professionali. Ho dato mandato al mio avvocato Francesco Romito di agire nelle sedi competenti contro le persone che mi attribuiscono cose che non ho mai detto e azioni che non ho mai compiuto”.

La stampa racconta ciò che vuole sul governo, mai la verità

Chiedo scusa ai lettori, ma oggi faccio fatica a scrivere questo fondo perché dovete sapere che non è facile usare la tastiera e contemporaneamente scompisciarsi dalle risate. Come molti di voi sapete, visto che ieri è stato strombazzato ai quattro venti manco fosse Vangelo, un rapporto attribuito al Consiglio d’Europa attesta che in Italia la libertà di stampa è precipitata da quando è in sella il Governo gialloverde. Se fosse davvero così sarebbe ovviamente un fatto grave, ma in realtà si tratta di una clamorosa fake news, aggravata dal fatto che a renderla credibile è un organismo specializzato nel controllo dell’informazione.


Fango contro due forze politiche esemplarmente indicate – M5S e Lega – sparso con un ventilatore sul quale però si vedono benissimo le impronte di chi si è inventato tutto, raccontando al mondo l’assurdità che Luigi Di Maio e Matteo Salvini ci hanno portati al livello di Paesi controllati da regimi. A redigere l’infallibile rapporto sono infatti 12 Ong, sigla che corre l’obbligo di ricordare vuol dire Organizzazioni non governative, anche se ormai è di uso comune visto il benservito che i suddetti Di Maio e Salvini hanno dato ad altre associazioni simili diventate taxi di migranti nel Mediterraneo. Fatico quindi a riprendermi dalle risate e motivo in pochi punti perché certe panzane vanno restituite al mittente, insieme alla pigrizia – se non la malafede – di chi le riprende pedissequamente.
Il Governo aveva promesso di togliere il finanziamento pubblico che inquina il mercato dei giornali, permettendo una concorrenza impari tra chi ha necessità di conquistare lettori dicendo il vero, e chi può raccontare quello che vuole, anche le favolette, facendo di fatto i fiancheggiatori della politica, perché tanto grazie alla politica i soldi per campare arrivano lo stesso, gentilmente offerti dalle tasse di noi tutti. Bene: questo finanziamento è stato tolto? Ancora no, e quando finalmente finirà una mangiatoia durata decenni sarà sempre troppo tardi.


Le Ong che hanno scritto il rapporto hanno però a cuore una questione che infatti sottolineano: quel cattivone di Salvini vuol togliere la scorta a Roberto Saviano, ormai lungamente villeggiante all’estero, mentre non si fa un cenno ai tanti giornalisti minacciati dai mafiosi che li aspettano sotto casa. Cinque Stelle e Lega – potrà dire qualcuno – hanno però occupato la Rai indicando presidente, amministratore e direttori di tutte le reti e i Tg, allo scopo di far luccicare chi di dovere e oscurare le opposizioni. Un fatto che solo le Ong con base a Bruxelles possono sostenere, visto che i partiti d’opposizione e i loro giornali amici sono sistematicamente strabordanti in ogni trasmissione mentre un giornale a caso come La Notizia – giusto per fare un esempio – non è invitato in nessuna trasmissione Rai, con la sola eccezione della tribuna di Rai Parlamento.
Questo giornale, che si sforza di raccontare le posizioni del Governo e dei 5 Stelle con un’obiettività riconosciuta pubblicamente anche da Di Maio, con l’arrivo di Foa, Salini, Carboni, Sangiuliano, Paterniti e tutti gli altri è vergognosamente oscurato. Un destino cominciato quando ci siamo schierati per il No al referendum costituzionale di Renzi.

Fino a quella data, da Uno Mattina a Linea notte, da Storie italiane agli approfondimenti del Tg2 e tanti altri spazi ancora, eravamo regolarmente ospitati. Poi il vuoto, che continua nonostante questo giornale sia un miracolo nel panorama editoriale italiano, arrivato senza finanziamento dello Stato al settimo anno di pubblicazioni e di certo molto letto anche in Rai, dove però il presidente di garanzia ha sicuramente ben altro da garantire.


Per questo il rapporto di ieri sulla libertà di stampa minacciata da M5S e Lega non fa ridere, ma di più, mentre non si citano i due veri drammi dell’editoria nazionale: l’infinito precariato da cui escono giornalisti costretti ad attaccare l’asino dove vuole il padrone, e le cause in tribunale – spesso temerarie – con le quali si è ammazzato il giornalismo d’inchiesta.
Problemi con i quali un giornale come il nostro, senza padroni e padrini, si batte nella totale indifferenza di una nuova Rai così simile a quella di prima, comunque più magnanima di Mediaset, dove i direttori Crippa, Mimun e tutti gli altri da tre anni – tre – oscurano La Notizia, persino nella rassegna stampa dove invece dilagano i giornali fighetta. Una scelta legittima, sia chiaro. Mediaset è di Berlusconi e quindi può fare a meno di una voce che invece è per fortuna piuttosto presente su La7 e SkyTg24, oltre che sui social e sulla rete web, dove al verità sull’informazione in Italia è chiara a moltissimi, così come è chiaro che la colpa di questa vergogna ha tanti padri ma non certo Di Maio e Salvini come ce la raccontano da Bruxelles.
(fonte lanotiziagiornale)

giovedì 14 febbraio 2019

G.A.Stella: attenzione, Renzi si prepara a tornare!

«Come disse Isaia: per amore del mio popolo non tacerò». Andiamo bene. Se qualcuno pensava (pochi) che il nuovo Matteo Renzi fuori dai giochi delle primarie (pare) e delle prossime Europee avrebbe forzato la sua natura chiudendosi nel silenzio, eccolo subito smentito.

Nel libro Un’ altra strada. Idee per l’ Italia di domani , scritto per Marsilio, l’ ex presidente del Consiglio rifiuta ogni lavacro. «Io penso che ci si penta in chiesa e non in politica. A differenza dei comunisti, penso che se uno si deve pentire si pente davanti a un confessore. Non vengo dalla cultura comunista, come penso si sia visto anche sulla vicenda Maduro. Che qualcuno difenda la dittatura comunista per me è insopportabile».


Ammette i suoi errori, come «quando sono arrivato a Palazzo Chigi. Non ho investito su una comunicazione social: ho solo lavorato su Twitter. Ho trascurato i social. E intanto Twitter è morto». E ancora: «Non essermi dimesso definitivamente subito dopo la sconfitta». Ma niente «terapia di gruppo, non l’ avranno. Anche perché penso che noi eravamo davvero meglio di come sono loro ora».
Loro, ovviamente, sono il governo gialloverde guidato da quel Giuseppe Conte di cui Renzi pare proprio non aver molta stima: «Dice che è l’ avvocato del popolo: ma quando mai! Ero io l’ estraneo, il barbaro, l’ anti-establishment. Lui è l’ establishment. Non a caso diventa professore messo in cattedra da Alpa, sul cui concorso i dubbi sono enormi. È sempre stato dentro le cose. Ci ricordiamo i gran complimenti che ci faceva quando eravamo al governo noi. Conserviamo ancora i messaggini di lode».


 
Ma basta col passato: «Voglio parlare del futuro. Di idee. Di Steven Pinker, del suo rilancio dell’ illuminismo oggi, del rifiuto del pessimismo. O di Ian Goldin, che da Oxford ci parla di un nuovo Rinascimento e dice che in realtà siamo nell’ età dell’ oro. Mai come in questo momento l’ Italia ha delle occasioni. Mondo piatto, globalizzazione, prodotti di qualità, piccolo Paese che può andare in tutto il mondo. Il mio libro è un inno al futuro. Sei punti: Europa contro nazionalismo, cultura contro ignoranza, futuro contro paura, doveri e non solo diritti, lavoro e non sussidi, verità contro fake news. Inaccettabili».
Come quelle, ammicca, sull’ Air Force Renzi, di cui ostenta un modellino sul tavolo: «L’ ho messo lì perché lo vedano tutti.
 
Certi imbarazzi. Come venissero a casa del morto: “Ma quello”. Sì, rispondo: è il mio aereo. Una provocazione. Perché quella sull’ aereo milionario (dove non sono mai salito, peraltro) è la fake più grossa di tutte. Come quella della legge “ad cognatum” fatta per evitare guai al marito di mia sorella sui soldi Unicef. E altre ancora. Decideranno i tribunali. Scrivi le parole “ad cognatum”? Vediamo cosa ne pensano i giudici. Scrivi “Renzi è un incapace”? È un tuo diritto. Scrivi “Renzi è un ladro”? Ti stecco».
 
Il presente politico, giura, è in sottrazione. «Adesso faccio il mio lavoro di senatore. Sto più tempo in famiglia. Giro il mondo a fare conferenze. Guadagno bene. Vado in Cina, in America, in Europa, a Dubai. A Stanford vedo Fukuyama che sta ragionando sul populismo.
Il populismo non è Di Maio e Salvini, è una corrente mondiale che va da Trump a Bolsonaro in Brasile a Duterte nelle Filippine». Sul ritorno, l’ ex premier non lascia spazio a dubbi. Sotto sotto ci spera? «Non sotto sotto: sopra sopra. Io sono tranquillo. So che la ruota gira. E che il tempo è galantuomo».
(fonte il corriere della sera)