giovedì 12 luglio 2018

Scanzi: Renzi, il curatore fallimentare del Pd

C’è del metodo, e per certi versi del fascino, nella smisurata efferatezza con cui Matteo Renzi e i suoi giannizzeri infieriscono sulle mortali spoglie del Pd. Ormai non è neanche più vilipendio di cadavere: siamo oltre, là dove un partito esiste (si fa per dire) solo perché se ne faccia diuturno scempio. Sabato c’è stata l’ennesima adunanza inutile del Pd, bravissimo nel ritrovarsi e discutere all’apparenza tanto, salvo poi non decidere nulla. Lo spettacolo è stato tale che merita parlarne ancora. E poi infierire su Renzi non è solo divertente, ma cosa buona e giusta.

Come noto il Pd è nato morto, e a certificarlo è stato Cacciari (non proprio un antipatizzante), ma negli anni è persino riuscito a peggiorare. Il Pd ha pure sfiga, perché anche quando prova a riparlare – per interesse personale – di questione morale, magari citando i 49 milioni della Lega, puntualmente gli mettono in galera un pezzo grosso come Pittella. E allora ciao.

In un tale contesto allegramente post-apocalittico, Matteo Renzi è arrivato per svolgere l’unica funzione politica in cui eccelle: quella del curatore fallimentare, o se preferite del becchino di consensi. Dopo il trionfo del 2014, egli si è alacremente adoperato per rottamare il partito dalle fondamenta e, quindi, per consegnare il paese a Di Maio e Salvini. Sabato Renzi è riapparso dinnanzi alla plebe, dopo alcune uscite mediaticamente stitiche (dirette Facebook) in cui giocava coi modellini degli aerei e faceva battute rubate al Poro Asciugamano.

Gonfio, livido e malinconicamente appesantito, Renzi ci ha fatto sapere con consueto eloquio irrisolto che non se ne andrà dal Pd. E subito Lega e M5S hanno fatto cortei, perché con lui a far da trojan horse dentro il maggiore partito di opposizione (teorica), il governo può vivere fischiettando. Va da sé che Renzi resta dentro il Pd non per scelta, ma perché i sondaggi gli hanno detto che un suo “partitino Micron” arriverebbe giusto al 4%. Quindi tanto vale volare bassi. Arringando le Ascani e gli Orfini, cioè niente, la Diversamente Lince di Rignano ha regalato perle a raffica. Ascoltiamolo.
 
Il Pd è l’unica alternativa alla destra”. Cioè il Pd è l’unica alternativa a se stesso: una sorta di metapartito, di entità filosofica a sé stante. Me cojoni.
“L’alternativa al Pd non è la sinistra scissionista ma la destra estremista”. Ovvero: votate noi o arriverà Goebbels. Con questa nenia dell’”o me o il diluvio” ha già perso il 4 dicembre (vamos) e il 4 marzo, ma è ancora convinto che qualcuno gli cre da. Renzi dice sempre le stesse cose: è così banale che in confronto i Modà paiono i Jethro Tull.
 
“Ci vedremo al Congresso, perderete!”. Questo lo ha detto alla minoranza del partito. E il bello (?) è che forse ha ragione. Pensate come sta messo il Pd: non vince più neanche a pagare, ma la parte migliore del partito rischia ancora di perdere contro ciò che era e resta l’espressione peggiore della politica italiana contemporanea.
Ancora: “Il M5S è la vecchia destra”. Gira roba buona, nel giglio magico (anche se a guardare Nardella non sembrerebbe).
 
“Questa non è la Terza Repubblica, ma la terza media”. Battutone.
“Volevano scrivere la storia. Stanno cancellando il Risorgimento”. Quando le sinapsi ti lasciano, poi è un casino.
“Mi chiamo Matteo, lo so. Ma per un Matteo che lascia in mare 600 ostaggi con l’unico obiettivo di vincere due ballottaggi, c’è un Matteo che ha fatto di tutto per salvare vite”. Renzi nuovo Gandhi.
Gran finale: “Per 4 anni il Pd è stato l’argine al populismo in Italia. Se non ci fosse stato il Pd sarebbero arrivati nel 2014”. E qui è arrivata l’ambulanza, che poi però è ripartita senza di lui perché quando non c’è speranza non c’è speranza.
(fonte Il Fatto Q.) 

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