sabato 16 giugno 2018

Per consolarci in pò, le tasse più assurde nel mondo

Ammettiamolo: di alcune tasse faremmo volentieri a meno. Ma se ci lamentiamo di quelle cha abbiamo già oggi, cosa diremmo se un giorno ci venisse imposta, per dire, una tassa sull’uso dei social o per la scelta del nome di un figlio? O se nella prossima dichiarazione dei redditi trovassimo l'imposta sul... respiro? Bene, sappiate che da qualche parte del mondo, per quanto possa sembrarvi incredibile, queste tasse esistono già...

La tassa sui social. Il 1 ° giugno 2018, l’Uganda ha introdotto - primo Paese al mondo -  una tassa sui social media: per usare siti e app come Whatsapp, Facebook e Twitter i cittadini dovranno pagare 200 scellini (5 cent di euro) al giorno. Yoweri Museveni, il capo di Stato ugandese, ha dichiarato che la tassa era necessaria per contrastare la “minaccia” del gossip sui social media.
E col denaro recuperato dalla tassa avrebbe permesso alla nazione di "far fronte alle conseguenze del pettegolezzo”. Quella tra il Presidente ugandese e i social è una polemica antica: nel 2016, aveva già sospeso l'accesso a tutti i social durante le elezioni contro la diffusione di bugie. Ma ai cittadini ugandesi tutto ciò sembra un’enorme violazione della libertà di espressione.

La tassa… sul respiro. Se vi trovaste a passare dall'aeroporto internazionale di Maiquetia a Caracas (Venezuela), preparate 127 bolivar (20 euro): è la tassa sul respiro a cui sono assoggettati i passeggeri, per compensare il costo del sistema di filtraggio dell’aria installato nel 2014 in aeroporto! Secondo il ministero dell'Acqua e del trasporto aereo venezuelano, il sistema di filtrazione dell'aria sanifica e deodora l'aeroporto e blocca la crescita dei batteri, proteggendo così la salute di tutti i passeggeri.

La tassa sui furti e le tangenti. Se un cittadino statunitense ricava un reddito illegale, fosse anche una “tangente”, la legge federale pretende che ci paghi le tasse. L'Internal Revenue Service (IRS, qui la normativa) degli Stati Uniti pretende infatti che chiunque riceva una tangente, la denunci come parte del proprio reddito e paghi la tassa applicabile. Non solo. L'IRS richiede anche che vengano registrati i proventi derivanti da attività illegali come lo spaccio di stupefacenti.


E in caso di furto? Il ladro dovrà pagare l'imposta appropriata sul valore corrente di mercato dell'oggetto rubato (è proprio così!). L’esonero è previsto solo se restituisce il maltolto nell’anno solare in cui l'ha rubato. La buona notizia, per i disonesti, è che l’IRS non chiede di rivelare è stato ottenuto l’illecito: va semplicemente elencato come "altro reddito”. E se uno non paga? Una volta scoperto il reato, verrà accusato anche di evasione fiscale (che negli Usa è un’accusa pesante punita col carcere). Ne sa qualcosa Al Capone, che venne incriminato proprio per questo e non per omicidio o altre illegalità.

La tassa sulla stregoneria. In Romania, dove molte persone credono ancora nelle superstizioni, la stregoneria è un business fiorente. Fino a qualche anno fa, quest’attività non era riconosciuta dal governo e, quindi, non era tassabile. Ma nel 2011, quando la Romania si è trovata ad affrontare la crisi, il locale ministero delle finanze ha pensato di imporre tasse anche a mestieri che un tempo non erano stati "ufficialmente riconosciuti". Tra questi, anche astrologi e maghi, i quali da allora devono pagare imposte pari al 16% del loro reddito. Il risultato? Migliaia di incantesimi lanciati contro i politici!


 
La tassa sui nomi dei bambini. Sulle regole, talvolta assurde, di cui bisogna tenere conto, alle diverse latitudini, quando si sceglie il nome per un neonato, abbiamo già scritto. Un caso particolare è quello della Svezia, dove i nomi dei bambini hanno bisogno dell'approvazione dell'ente fiscale. Gli svedesi sono tenuti a vedere il nome del figlio approvato dall'agenzia delle imposte svedese prima che il bambino compia 5 anni. Se i genitori non ottengono il benestare, possono essere multati fino a 5.000 corone (circa 500 euro). La legge risale al 1982, per impedire ai cittadini di usare nomi reali, anche se il pretesto è che approvando il nome, l'agenzia fiscale può proteggere un bambino da un nome offensivo o confuso. Tanto per fare un esempio, l’agenzia fiscale ha già respinto "Ikea" (per il pericolo di generare confusione) e "Allah" (a causa di un potenziale reato religioso), nonché "Brfxxccxxmnpcccclllmmnprxvclmnckssqlbb11116", che una coppia di genitori voleva affibbiare al figlio come forma di protesta. Tuttavia, "Google" e "Lego"  di recente sono stati autorizzati.

La tassa sulla marjuana. Come prevedibile, la legalizzazione della marijuana a scopo terapeutico si è partata dietro qualche gabella. Negli Stati Uniti, per esempio, dove - dietro prescrizione medica - è legale in 29 stati e a Washington (mentre la marijuana ricreativa è legale solo in 9 stati e Washington) il "famoso" l'IRS (vedi sopra) richiede alle imprese che piantano e vendono marijuana di pagare l'imposta sul reddito federale su questa sostanza. Queste aziende pagano anche le imposte sul reddito statale e le imposte sulle vendite di marijuana. Le norme fiscali IRS sulle imprese di marijuana sono ancora più severe di quelle applicate alle normali aziende.

Ma... c’è un ma: poiché il governo federale degli Stati Uniti classifica la marijuana come sostanza illegale, l'IRS riconosce anche i proventi delle attività della marijuana come illegali, così le imprese che la vendono non possono, per esempio, detrarre le spese per affitto, pubblicità e stipendi dei dipendenti come accade invece per altre società. Quindi pagano tasse più alte rispetto ad altre imprese.
L'unica detrazione ammissibile è la spesa per la coltivazione della marijuana, che l'IRS considera come "costo dei beni venduti". E in Italia? Secondo un report di mercato del 2017 redatto da un ricercatore italiano della Sorbona, che si occupa di cannabis, le attività commerciali potrebbero portare a un fatturato annuo minimo di circa 44 milioni di cui 6 milioni di euro di tasse.

La tassa sulle flatulenze delle mucche. La maggior parte delle persone pensa alle autostrade congestionate o alle fabbriche che eruttano fumo nero come la causa dei gas serra. Ma l'Unione europea ha trovato (anche) un altro colpevole: i gas di scarico delle... mucche. Studi recenti hanno infatti dimostrato che il metano rilasciato dalle mucche che digeriscono lentamente il foraggio, può incidere tra il 10% e il 18% sulla quantità di gas serra europei. Il problema è aggravato dai macelli, che concentrano grandi quantità di gas metano in una zona. Al fine di frenare l'epidemia di gas serra alimentata dalle mucche, alcuni paesi dell'UE hanno adottato imposte sui bovini. Con la Danimarca che guida la classifica, con 100 euro di tassa per ogni mucca.

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