giovedì 21 giugno 2018

Merlo: il nostro giornalismo fa politica danneggiando la società

Un’informazione libera e indipendente è un pilastro della democrazia, una garanzia per tutti. Manipolare invece le notizie a fini politici in maniera occulta, non è giornalismo, è una truffa ai danni dei cittadini che inquina il dibattito pubblico e quindi danneggia una società. In Italia il rapporto incestuoso tra giornalismo e politica è ormai divenuto una emergenza da risolvere. Se invece di riportare i fatti una testata giornalistica, li camuffa, li filtra, li cucina a piacere per servire il proprio padrone o le proprie opinioni, non fa giornalismo, fa politica.

Che è una cosa lecita, ma il cittadino ha diritto di saperlo prima se quello che sta leggendo o guardando in televisione è libera e obiettiva ed imparziale e completa informazione, oppure si tratta di un giornale o di un talk-show che serve una determinata parte politica nascondendo fatti scomodi, esaltando fatti comodi, infamando i suoi nemici politici e proteggendo i suoi amici. È una questione di correttezza e trasparenza nei confronti del cittadino-consumatore. Oggi siamo più tutelati quando acquistiamo una bistecca di quando ci informiamo. Sull’etichetta della carne possiamo leggere dove è nata e cresciuta e che studi ha fatto la mucca, ma quando compriamo un giornale o guardiamo un talk-show veniamo ingannati da giornalisti che dicono di fare informazione ed invece fanno propaganda attraverso una sistematica e subdola manipolazione della realtà.


Che lo continuino a fare liberamente, per carità, se gli fa piacere, se i loro editori lo ritengono opportuno che continuino a fare politica travestita da giornalismo, ma con una sola piccola accortezza a difesa e tutela del cittadino: l’etichetta. Devono cioè dichiarare prima al cittadino-consumatore il prodotto che offrono in modo che la sua scelta sia consapevole.
Devono dichiarare se offrono vero giornalismo oppure giornalismo politicizzato ed eventualmente per conto di chi, a quale area politica fanno riferimento, per quale partito tifano, a quale boss o lobby appartengono, chi li finanzia.
Non si tratta quindi di tornare indietro, non si tratta di limitare la libertà d’informazione con censure o chissà quali museruole, no. Si tratta di andare avanti difendendo la massima libertà di stampa ma anche tutelando il cittadino avvertendolo in anticipo su che tipo d’informazione sta consumando: se indipendente oppure manipolata e per conto di chi. Basterebbe questa operazione di trasparenza per rivoluzionare un settore – quello dell’informazione – che in Italia è davvero degenerato a livelli inauditi con testate giornalistiche che si sono trasformate in partiti politici e macchine del fango a tempo pieno e in cui si è sdoganato perfino l’uso della menzogna.

Un settore scivolato talmente in basso che oggi contano più Facebook e Twitter che i giornaloni e le tribune televisive in cui anacronistiche Famiglie Adams si alternano con una persistenza che nemmeno nell’Unione Sovietica negli anni settanta. Le solite facce, le solite parole, per mesi, per anni mentre il paese va in tutt’altra direzione. Già, perché a pagare il prezzo più caro di una stampa serva della politica e della propria referenzialità, è la stampa stessa che perdendo credibilità perde peso e ruolo nella società. Prima o poi gli editori italiani dovranno prenderne atto: non hanno nessun senso (neanche economico) mezzi d’informazione talmente screditati da venire ignorati o detestati dalla società in cui operano.

È quindi anche nell’interesse del giornalismo che si metta fine a questa immonda ipocrisia e si torni a distinguere con nettezza quello che è informazione e quelle che è opinione, quello che è giornalismo e quello che è politica. Le testate storiche e i grandi editori non accetterebbero ovviamente mai una etichetta partigiana in prima pagina o sullo schermo. Ammettere di essere al servizio di qualche partito o rigurgito ideologico, li emarginerebbe ancora di più. E pur di avere una etichetta all’insegna della piena e seria deontologia professionale, le testate sarebbero motivate a tornare a quella purezza e quell’equilibro giornalistico perduto.

L’informazione è un bene pubblico, del resto, è un servizio che si offre ad una comunità nazionale e va tutelato nell’interesse di tutti.


Oggi il problema non è che le caste giornalistiche votino tutte Pd, Forza Italia o Comunisti col Rolex – che la pensino e che votino quello che vogliono, ci mancherebbe – il problema è che permettono alle loro opinioni politiche d’incidere sul loro lavoro giornalistico al punto da manipolare la realtà dei fatti e che lo fanno di nascosto, senza ammetterlo, senza dichiararlo al pubblico ma vendendo le loro manipolazioni come se fossero genuina informazione. È questo inganno che va risolto. Che facciano quello che vogliono, che scrivano quello che vogliono, che dicano quello che vogliono, ma devono dichiarare onestamente al cittadino-consumatore la vera natura del loro business. Certe storture sono figlie degeneri dell’era ideologica e il nuovo governo dovrà affrontarle nel segno del cambiamento. Andando avanti, non indietro. Senza cercare nessuna vendetta, senza nessuna lottizzazione al contrario, senza nessuna controriforma liberticida, senza ripetere gli errori del passato ma agendo nell’esclusivo interesse del cittadino e quindi della nostra democrazia.
(Tommaso Merlo)

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