lunedì 28 maggio 2018

Travaglio: chi vince, se non piace al Capo dello Stato, non può governare

In un conciso pezzo sul Fatto, Marco Travaglio scrive la sua rabbia per il comportamento di Napolitano.

Alla festa del Fatto, durante il dibattito fra Paolo Mieli e Antonio Padellaro, è giunta notizia della lettera di Paolo Savona che chiariva la sua posizione sull’Europa (“La voglio diversa, più forte e più equa”) e ribadiva la fedeltà al contratto di governo 5Stelle-Lega che conferma i patti sottoscritti dall’Italia con la Ue, euro incluso.


Mieli, che non è proprio un piromane, ha commentato che la lettera avrebbe soddisfatto il Quirinale. Invece Re Sergio Mattarella, emulo del predecessore dalle cui forzature si era finora discostato, ha insistito a rivendicare non il legittimo potere di nominare i ministri, ma l’illegittima pretesa di impartire il suo indirizzo politico al governo e alla maggioranza. E, per giunta, senza metterci la faccia: se Napolitano, nel 2013, aveva platealmente impartito le sue direttive al Parlamento, Mattarella ha giocato la sua partita dietro le quinte: facendo filtrare i suoi veti e i suoi diktat tramite i soliti giornaloni amici, con pissi pissi bau bau e meline inspiegabili se non con la speranza che le manganellate mediatiche a Conte e Savona inducessero i due reprobi a ritirarsi.


Ieri sera si è degnato di spiegarci il suo veto-diktat, che avrebbe avuto un senso fino a sabato, ma suonava fasullo dopo la lettera di Savona. Che, appunto, dissipa i suoi timori per la “fiducia degli operatori economici e finanziari” e smentisce quelli di una “fuoriuscita dall’euro”. Il capo dello Stato evoca l’aumento dello spread, ma dimentica quello analogo dell’estate scorsa, quando governavano i “buoni”.
Brandisce l’”aumento del debito pubblico”, ma non spiega il silenzio letargico sugli ultimi governi amici, che l’hanno sempre moltiplicato. Si preoccupa per i “risparmi italiani”, dopo aver firmato il decreto di risoluzione di quattro banche decotte e quello sul bail in last minute, definito da Bankitalia “rischio sistemico” per il sistema creditizio.


Vorrebbe farci credere che, dopo quel che s’è visto in questi anni, la minaccia per i risparmi è un economista di 82 anni, già ministro di Ciampi e ai vertici di banche e imprese.
Ricorda le sue perplessità per il “non eletto” Conte e poi incarica il non eletto Cottarelli per un governo degli sconfitti.

 E ci comunica che, degli organi costituzionali della Repubblica Italiana, sono entrati a far parte gli “investitori esteri” e le agenzie di rating. Con tanti saluti all’art. 1 della Costituzione con quel brutto accenno alla “sovranità” del “popolo”. Non faceva prima a dire che 17 milioni di voti vanno buttati nel cestino?
(fonte Il Fatto Q.)

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