mercoledì 9 maggio 2018

Telese: niente legislatura, disastro dei partiti

Luca Telese fa alcune considerazioni dopo lo stallo nella formazione del governo.


Quindi, come ampiamente previsto, la Lega in questa giornata campale, ha deciso definitivamente che non si smarcherà dal centrodestra. Quindi, dopo di oggi, niente più forni, niente più esploratori, basta consultazioni, niente più governo M5S-Lega. Quindi, da stasera, niente più governo Centrodestra-Pd, quello che gli amici de Il Foglio auspicavano e gli elettori di sinistra (ancora esistono) temevamo come la peste. Quindi, ormai, niente governo del presidente “Votato da tutti”, ma – tutt’alpiù – un governo di minoranza, senza una fiducia piena in parlamento, per fare in modo che a gestire l’ordinaria amministrazione non sia – almeno direttamente – nessuno dei tre schieramenti che sono già in campo.


Voto anticipato a luglio sarebbe una follia

Quindi, da stamattina, si rischia di andare dritti al voto anticipato in qualsiasi momento. A settembre – è una possibilità concreta – ma forse persino a luglio (visto che la finestra di scioglimento anticipato non è ancora chiusa). Si potrebbe persino fare così, se non fosse che mezza Italia è in vacanza e le urne estive distruggerebbero un cospicuo frammento del prodotto interno lordo del turismo italiano(e francamente questo sarebbe un tributo troppo grande da pagare, persino alla peggiore legge elettorale votata in questi anni).

No al governo Di Maio-Salvini, sì a un governino terzo

Così serve un governino terzo, per non dire “tecnico”, e per non dire “balneare”, con due aggettivi che la politica ha distrutto per sempre, nel macero dei fallimenti che gli italiani non dimenticano.  Quindi non è riuscito l’accordo che tutti immaginavano – quello tra i due astri nascenti della terza Repubblica, Salvini-Di Maio. Tutti dicevano che si sarebbe formato un governo M5S stelle-Lega, quello che – incredibilmente – i rispettivi elettorati auspicavano, “il governo dei vincitori”. Macché: persino gli stessi protagonisti ci hanno creduto, ma sembra che la logica ferrea della politica sia più forte di qualsiasi cosa. E questa logica ci diceva che i due partiti usciti vincitori dal voto di marzo avevano interessi elettorali antitetici, basi sociali di rappresentanza confliggenti e antagoniste tra di loro.

Salvini non tradisce Berlusconi

Salvini non lascia Berlusconi perché è il suo investimento fruttifero sul futuro,  Di Maio non può accettare Berlusconi perché è il suo Armageddon personale, il macigno che elettoralmente lo porterebbe alla liquefazione di un consenso raccolto sorpassando addirittura di set
te punti il dato del M5S condotto da Beppe Grillo.

Il ruolo del Pd e di Renzi

Il Pd che nel 2013 fu rifiutato e umiliato, proprio dal comico genovese – nei giorni dello streaming – stavolta è rimasto sull’Aventino dopo una direzione suicida in cui due posizioni inconciliabili (quella dei renziani e quella degli anti-renziani) sono state tenute insieme con un rito unanimistico e doroteo, una messa cantata che ha esaltato le tifoserie e sconcertato gli elettori: il bello è che il giorno dopo tutti i contendenti hanno dichiarato di aver vinto. Matteo Renzi, il grande sconfitto del politiche può dire di essere ancora l’azionista di maggioranza di un partito che rischia di diventare personale.

Tutti hanno dato il peggio con calci e sputi

Di Maio ha la clessidra dei mandati contati, come l’androide di Blade Runner impersonato da Rudger Hauer. Salvini ha sulla testa l’ipoteca politica di Arcore che gli ha impedito di fare quello che voleva. Tutti avevano una tessera in mano, nessuno aveva la chiave della Porta di Palazzo Chigi. Tutti hanno dato il peggio di sé. Il Quirinale ora potrebbe rallentare i processi politici alla moviola, congelare tutto, con qualche artificio di Palazzo per fermare il processo di autodissoluzione della legislatura.


Ma a che pro? Si va ad un voto che è come una partita dei supplementari in coda ad un finale di coppa piena di calci e di sputi. Continua l’eterna transizione italiana: non tra un punto definito della storia e un altro, non tra una partenza d un approdo, ma piuttosto – come sempre – tra un “quasi”, e un pressappoco.
(fonte Tiscali)

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