lunedì 21 maggio 2018

Mattarella preferirebbe un premier "tecnico"...

Sergio Mattarella aspetta Di Maio e Salvini nel pomeriggio di oggi, in delegazioni separate, per sentirsi dire il nome della persona sulla quale hanno trovato un’intesa per il ruolo di premier. Per il momento non intende ascoltare altro.

Né la lista dei ministri, né il programma o «contratto», come preferiscono presentarlo (all’insegna della novità) i soci della futuribile maggioranza. Nella formazione del governo, infatti, il primo passaggio compete a lui nel rapporto esclusivo con la persona cui deciderà di affidare l’incarico. Mentre il secondo passaggio matura nel confronto tra l’esecutivo e il Parlamento anche se, certo, il Colle vigilerà sulle coperture finanziarie e sul rispetto degli impegni internazionali.


Ma su quale identikit — un politico, un «terzo», un tecnico di area — si sono concentrati 5 Stelle e Lega? Fino a ieri sera i nomi che circolavano erano sempre gli stessi. Su tutti il più accreditato resta quello indicato dai pentastellati, Giuseppe Conte, docente di Diritto privato a Firenze, che era stato chiamato a dare un contributo alla stesura del «contratto». Se toccherà a uno con il suo profilo (i professori nella rosa sono diversi), sarà una candidatura adeguata dal punto di vista del capo dello Stato? E se l’accordo cadrà su una figura debole politicamente, quella cioè di un mero «esecutore d’ordini» (come i 5 Stelle avevano lasciato intendere), Mattarella lo accetterà? Ecco la domanda più insistente di queste ore fra quanti non hanno chiaro il perimetro dei poteri del capo dello Stato.

La risposta è secca: tutto potrà fare, perché la prerogativa di nominare il presidente del Consiglio è solo sua (articolo 92). Chiaro che quell’attribuzione il presidente non la esercita però nel vuoto, ma nel contesto che vive storicamente la Repubblica. E il contesto di adesso, piaccia o non piaccia, è dato dai risultati elettorali del 4 marzo, per cui la formazione delle maggioranze può avvenire soltanto attraverso accordi che culminano nella scelta di chi andrà a Palazzo Chigi.
Questo è stato il motivo ispiratore della sua paziente ricerca: individuare una maggioranza, della quale verificherà poi se sarà all’altezza di un buon governo.




Deve insomma stare dentro la cultura del nostro tempo, Mattarella. I suoi poteri, infatti, delineati dai padri costituenti con una certa vaghezza per consentire di accogliere dentro l’ordinamento varie ipotesi, operano nella cornice normativa posta dalla Carta. In questo caso l’articolo 92 va messo in relazione con l’articolo 49, nel quale si spiega che i partiti determinano l’indirizzo politico nazionale. Partiti ormai divenuti, per dirla con Gramsci, «il moderno principe» (non più un individuo reale, quindi, ma organismi nei quali si concretizzano le volontà collettive).

Il capo dello Stato cercherà, per il ruolo di presidente del Consiglio, la figura che potrà incarnare un compromesso alto tra competenza, autorevolezza e standing europeo. Qualità che vanno oltre il concetto di establishment messo brutalmente in liquidazione da Lega e 5 Stelle nella loro campagna elettorale. In questo senso la designazione di un terzo esterno potrebbe riscuotere, dal «professor» Mattarella, un voto appena sufficiente. Invece, l’opzione per un politico a tutto tondo come Di Maio, frutto magari di uno scambio con Salvini su alcuni ministeri pesanti, gli offrirebbe il vantaggio di una maggior responsabilizzazione. Dopotutto è il leader della forza politica di maggioranza, ha dietro di sé milioni di voti, ed è stato anche vicepresidente della Camera per cinque anni.
(fonte Corriere della Sera)

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