venerdì 4 maggio 2018

La famiglia Renzi e il dipendente in "nero".


Dell’affare della colf della compagna di Roberto Fico si sono occupati tutti i giornali e le tv.
I quotidiani, giustamente, hanno dato ampio risalto al servizio de Le Iene e hanno chiesto spiegazioni al presidente della Camera (“È un’amica della mia compagna Yvonne. E la mia colf ha un regolare contratto”). Poi Renzi gli ha fatto la morale in tv (a lui, non alla compagna: “Spieghi in senato, vicenda grave. Invece di criticare il Jobs Act, paghi i contributi!”).

Eppure la stessa stampa e lo stesso Renzi erano stati meno attenti nel 2015, quando venne fuori la storia di un nigeriano che per qualche mese aveva lavorato senza contratto in una società della famiglia Renzi. Quando chiese di essere regolarizzato, ottenne come risposta il licenziamento.

A rivelare questa storia, ormai tre anni fa, è stato Panorama. Il settimanale ha raccontato di Evans Omoigui, dal 1996 in Italia, per qualche mese dipendente della società di Tiziano Renzi, Arturo Srl.


Il 9 febbraio 2013, se ne occupa la stampa locale, quando l’uomo sale su una gru del porto, minacciando di lanciarsi nel vuoto proprio per la perdita di quel lavoro. L’uomo intenta una causa contro il padre dell’ex premier. Il 20 gennaio 2009, Omoigui viene interrogato dal giudice del lavoro di Genova Margherita Bossi: “Il giorno dopo la nostra protesta, il 13 aprile 2007 – è il verbale riportato da Panorama – ho trovato i cancelli chiusi. Sono comunque riuscito a entrare e ho parlato con il nostro supervisore capo, Adeniji. Mi disse che non poteva più farmi lavorare. E che per chiarimenti dovevo rivolgermi al signor Tiziano Renzi, di Firenze”.

Il 22 settembre 2009 anche la compagna, Mercy Omorodion, racconta: “Il mio fidanzato ha chiesto la regolarizzazione del rapporto. Ma un responsabile ha chiamato la Polizia. Evans allora è stato portato in Questura: lì ha reso delle dichiarazioni. Il giorno dopo non l’hanno fatto entrare: il cancello era chiuso”. La causa va avanti per anni e la sentenza arriva a settembre del 2011, quando la società, nel frattempo cancellata, viene condannata a pagare circa 90 mila euro al nigeriano.

Il Giudice Bossi parla di licenziamento illegittimo “privo della forma scritta, intimato oralmente, comporta l’assoluta inefficacia dello stesso”, scrive Panorama.“Arturo srl– continua la sentenza – ri - manendo contumace, è rimasta inadempiente al proprio onere probatorio”.


Quei 90 mila euro non finiranno mai nelle tasche di Omoigui, che dopo aver aspettato due anni tenta il suicidio.
Qualche anno dopo, la storia sua e del datore di lavoro finirà sui giornali. Ma solo alcuni.
(dal Fatto Q.)

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